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I MIGLIORI FILM USCITI IN SALA NEL 2024

SPECIALE

I MIGLIORI FILM USCITI IN SALA NEL 2024

Si chiude un altro anno di grande cinema. Il 2024 è stata un’annata importante per il botteghino cinematografico italiano, con dei sorprendenti incassi per film dal non prevedibile blasone di pubblico: Perfect Days di Wim Wenders e The Substance di Coralie Fargeat sono due degli esempi più significativi di questo, parziale, ritrovato entusiasmo cinematografico da parte del pubblico. Il nostro 2024 è stato colmo di eccezionali film che hanno rivelato nuove giovani promesse del panorama mondiale e liete conferme di autori esperti ancora in grado di sorprenderci. Ecco la nostra lista dei migliori film usciti nelle sale italiane dal 1 gennaio al 31 dicembre 2024.
​I film sono in ordine di uscita e non di gradimento
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IL RAGAZZO E L'AIRONE DI HAYAO MIYAZAKI

​Un viaggio formativo alla scoperta di se stessi. Il ragazzo e l’airone ha una cornice narrativa semplicissima, ma al suo interno nasconde una moltitudine di temi cari al maestro Miyazaki; la grandiosità è quella di veicolare queste chiavi di lettura senza appesantire il racconto o metaforizzare il film fino alla retorica e all’ermetismo più radicale. Il ragazzo e l’airone è un film di Miyazaki, e ovviamente, è un film per tutti: da chi ha voglia di rifarsi gli occhi osservando immagini ricche di creatività e fantasia, a chi cerca in un film di Miyazaki l’ideologia politica, oppure, a chi è in una fase di crescita e può rispecchiarsi nel giovane Mahito, nel suo percorso e nella sua accettazione delle imperfezioni. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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PERFECT DAYS DI WIM WENDERS

Lo sguardo di Wim Wenders in Perfect Days si posa con la stessa dignità e delicatezza sia sul verde delle foglie degli alberi di Tokyo che sui gabinetti della città, puliti e igienizzati con un’insolita cura e minuziosità dall’inserviente protagonista.
Wim Wenders torna a Tokyo ad omaggiare Ozu, con un film che si ispira al maestro attraverso un racconto sulla semplicità delle giornate, sull’umiltà delle persone, l’esaltazione delle piccole cose, che poi banalmente piccole non sono per davvero. Può sembrare retorico per uno sguardo occidentale, può sembrare banale per chi si approccia in modo cinico e razionale alla vita, ma c’è della sincera tenerezza e purezza nel modo in cui Wim Wenders inquadra la routine del protagonista. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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povere creature! di YORGOS LANTHIMOS

Surreale, grottesco, dadaista e più all’avanguardia che mai. Quanta creatività e quanta fantasia sprigiona il film di Yorgos Lanthimos. Siamo in un Ottocento dai colori sgargianti, dagli abiti barocchi, dai cieli viola, c’è un bulldog con le zampe di oca e un’oca con le zampe di bulldog, e poi c’è lei: Bella Bugster (Emma Stone); Il corpo è quello di una bellissima donna ma il cervello è quello di una bambina. Lei è il risultato dell’ultima creazione di Dr. Godwin Baxter (Willem Dafoe), Bella è stata cresciuta dalla razionalità di uno scienziato, non conosce le regole del buon costume, non sa cos’è l’empatia e le emozioni legate alla sfera sociale da cui è sempre stata estranea. Da sempre le è stato detto che il mondo è un posto pericoloso e inaccessibile. Così il corpo di un' adulta con la mente di una bambina (quindi slegata dalle regole sociali) è utile per fare uscire le contraddizioni e le ipocrisie della nostra società. Bella è goffa, è scomposta, e i suoi movimenti sono scoordinati ma è libera dalle gabbie sociali. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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PAST LIVES DI CELINE SONG

La Corea è un Paese che da sempre lotta per cercare una propria identità. Dopo l’occupazione del Giappone, la guerra tra le due Coree e l’occupazione americana oggi è un paese profondamente segnato da traumi interni, alla ricerca della propria identità culturale. Questa identità culturale, questo profondo attaccamento alle proprie radici è il fulcro di Past Lives, un film che solo sulla superfice si mostra come una storia d’amore fra un uomo e una donna, ma che se si guarda da vicino si rivela essere una storia d’amore tra una donna e la Corea, tra le persone e le loro radici storiche e culturali che ti rendono ciò che sei. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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LA ZONA D'INTERESSE DI JONATHAN GLAZER

La zona d'interesse è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Martin Amis. Sorprendentemente (in quanto adattamento di un libro) Jonathan Glazer riesce a teorizzare il tema principale dell'opera attraverso l'utilizzo di fattori esclusivamente cinematografici. ​Una pellicola concettuale quella di Glazer, che rinnega ogni forma d’interesse narrativo. Il film non ha alcun plot intrigante, ma utilizza le componenti più esclusive del cinema per idealizzare l’opera: il suono, la regia, il contrasto visivo tra immagini in negativo e in positivo, e soprattutto, il già citato fuori campo.
Qual è la zona d’interesse? Su cosa il nostro sguardo storico è sempre stato focalizzato? Glazer ci mostra il lato opposto, ci mostra quanto le persone che hanno compiuto il genocidio siano normali e che nessun mostro si è impossessato della storia. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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dUNE PARTE DUE DI DENIS VILLENEUVE

Prendersi il tempo di raccontare le storie, di approfondire ogni carattere, di indagare ogni sfumatura e caratteristica di un mondo nuovo, prendersi il tempo necessario per raccontarne la grandezza e complessità. È quello che ha fatto Denis Villeneuve con il primo capitolo di Dune: sontuoso nella forma e ricco nel contenuto, indispensabilmente colmo di informazioni utili ad aprire la finestra su un mondo codificato, con le sue regole ed i suoi segreti tutti da scoprire. Se il primo capitolo - proprio in virtù dell’ impresa mastodontica di raccontare (visivamente e non) il mondo di Dune nelle sue sfumature - rischiava di finire quando sembrava iniziare (narrativamente parlando), ebbene questa seconda parte inizia proprio dove Villeneuve ci aveva lasciati, a dramma già iniziato. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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LOS COLONOS DI FELIPE GÁLVEZ HABERLE

​Il cinema western di oggi non può che non fare i conti con il western di una volta: se gli indiani colonizzati nei film di John Ford come sosteneva Tarantino: “erano presentati senza volto e uccisi come zombie”, il cinema western di oggi si pone il compito di restituirgli volto e voce. L’esordio di Felipe Gálvez è stretto in una cornice claustrofobica e contaminato di tonalità rossastre, il punto di vista non è assolutamente quello dei bianchi (qui caratterizzati come uomini grotteschi che aspirano solo al potere) ma è proprio quello del ragazzo meticcio, il quale - nonostante la rabbia che gli si vede negli occhi - osserverà sempre silenzioso gli orrori perpetrati. Il film è una grande rappresentazione di un passato coloniale mai del tutto superato, una ferita aperta da parte degli uomini e le donne sopravvissute. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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MAY DECEMBER DI TODD HAYNES

Che Todd Haynes fosse un regista fenomenale, non c’erano dubbi. Lo ha dimostrato con la sua filmografia, iniziata nel 1991. Con May December il regista californiano torna in concorso a Cannes e lo fa, ancora una volta con la sua forza registica, con il suo cinema fatto di zone grigie e profondità.
​May December è un film ambiguo, disorientante, in cui ogni personaggio sembra nascondere del marcio all’interno, senza però esserne consapevole. Todd Haynes ama il “grigio”, non ci sono personaggi positivi nel suo ultimo film: ci sono persone che subiscono il potere e oppresse cercano rifugio in una giovinezza che gli è stata negata. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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I DELINQUENTI DI RODRIGO MORENO

​Nessuna Nazione sta vivendo una rivoluzione cinematografica quanto l’Argentina. El Pampero Cine, la casa di produzione resa nota da Mariano Llinás (regista di La Flor) e Laura Citarella (la regista di Trenque Lauquen), ha creato una nuova forma cinematografica, l’ha fatto mettendo alla base la libertà sia formale, che contenutistica.
Nonostante I Delinquenti non sia prodotto da El Pampero Cine, Rodrigo Moreno si rifà a questo tipo di cinema, lo fa nei migliori dei modi e riesce a creare una pellicola incredibile, che pone le sue fondamenta su una rivoluzione sociale, artistica e umana.
Soltanto una Nazione che ha vissuto la dittatura di Videla e sta vivendo l’oppressione del neo-governo Milei può realizzare film così. Esattamente come l’Italia post fascismo ha creato il Neorealismo, Il Brasile il Cinema Novo, e la Francia la Nouvelle Vague, anche l’Argentina sta vivendo la sua rivoluzione artistica. I Delinquenti è un altro mattoncino posto al servizio di questo, rinnovato, magnetico, e tutto nuovo modo di fare cinema. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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CIVIL WAR DI ALEX GARLAND

Per Alex Garland l’evoluzione è al centro delle sue opere: in Ex Machina (2014) il progredire tecnologico crea nuove forme di vita coscienti (IA) e in Annientamento (2018) una colonizzazione aliena ha creato una nuova specie. Attraverso le sue pellicole Garland analizza il presente attraverso l’immediato futuro, quasi sempre senza porre fiducia nell’essere umano.
Anche in Civil War è presente un’evoluzione, ed è quella del mezzo. Dalla creazione della fotografia ad oggi, lo strumento fotografico è stato sfruttato in mille modi: ad esempio, per immortalare momenti clou dell’umanità o per rivelare a terzi ciò che accade in un determinato luogo e periodo storico. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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CHALLENGERS DI LUCA GUADAGNINO

Se in Bones and All (2022) era l’atto cannibale del divorare (letteralmente) l’altro per provare piacere, in Challengers è una partita di tennis tra Art e Patrick (combattuta come una resa dei conti di un ménage à trois) che diviene prima celebrazione dei corpi (attraverso lo sguardo di Tashi) e poi ricerca di contatto, di un godimento finale che sembra non voler arrivare mai (perchè in effetti è troppo bello giocare). “Ma stiamo sempre parlando di sport?” è quello che si chiedono spesso i personaggi. La risposta è che si parla sempre di sport come si parla sempre di passione carnale, in un film che Guadagnino dirige come se fosse un action, tra pov impossibili sulla pallina da tennis, vortici e tanta, tantissima musica. Le scene sportive sono girate come se fossero scene erotiche e quelle erotiche come scene sportive, spesso dirette dallo sguardo di Tashi: allenatrice, ammaliatrice, manipolatrice, regista della scena e dei movimenti dei due ragazzi dentro ma anche fuori dal campo da tennis. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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UNA SPIEGAZIONE PER TUTTO DI G​ÁBOR REISZ

​All’inizio è un coming of age capace di raccontare le tensioni e le ansie di un giovane studente alle prese con la maturità e con le prime pulsioni amorose; nel mentre si trasforma in un film politico, con la voglia di mettere in scena le ipocrisie dell’Ungheria di Orbán; diventa una pellicola sul mestiere e su quanto può cambiare un avvenimento a seconda del punto di vista e finisce da dove è iniziato, con la spensieratezza di una generazione incolpevole.
La grandiosità del film di Gábor Reisz è quella di non far mai percepire quando sta cambiando registro, raccontando tutto questo con una fluidità impressionante. Un incredibile affresco quello di Reisz, il regista mette in scena situazioni sociali che non si limitano a rappresentare la sua Ungheria, ma che possono essere interpretate in svariati contesti democratici (o pseudo tali), essendo straordinariamente universale. È anche questa la forza di un’opera che sfiora il capolavoro e che rivela al mondo festivaliero il talento di un regista che, speriamo, venga riconfermato in futuro. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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IL GUSTO DELLE COSE DI TRAN ANH HÚNG

​La cucina come forma d’amore e altruismo: appagare i sensi dell’altro, curarsi dei minimi dettagli di ogni pietanza, prestare attenzione e minuziosità ad ogni gesto, assaporarne lentamente ogni boccone. Trần Anh Hùng costruisce la sua opera (in gran parte) intorno al tavolo di una cucina nel 1885, dove Eugénie (Juliette Binoche), una grande cuoca, e Dodin Bouffant (Benoît Magimel), un rinomato gastronomo, consumano il loro amore, più che carnalmente, spiritualmente: attraverso la complicità, l’intesa, la profonda stima e ammirazione che provano l’uno nei confronti della magistralità dell’altro dietro i fornelli. Il gusto delle cose è un film poetico e, sotto questo punto di vista, squisitamente orientale, Trần Anh Hùng esalta la bellezza della semplicità, rendendola estremamente profonda e stratificata, immergendoci in un film che rinuncia ad una trama vera e propria per privilegiare l’immersione sensoriale, spirituale ed ipnotica di quel che viene mostrato. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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RACCONTO DI DUE STAGIONI DI NURI BILGE CEYLAN

Quanta teoria cinematografica è presente nell’ultima pellicola di Nuri Bilge Ceylan. Il grande regista turco non soltanto è capace di piegare le regole registiche a suo piacimento, ma in quest’opera dimostra di saperlo fare anche con quelle narrative. Vari sono i momenti di grande cinema, soprattutto dal punto di vista tecnico. Una regia, quella di Ceylan, che sa esattamente quando farsi notare e quando nascondersi, quando è giusto che lo spettatore si stacchi dal racconto (addirittura Ceylan lo fa diegeticamente facendo attraversare all’attore protagonista il set cinematografico, in uno straniante piano sequenza) e quando invece lo spettatore dev’essere totalmente immerso nella narrazione del film (un incontro con conseguente dialogo a cena è da manuale). Clicca qui per leggere la recensione completa...
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HIT MAN DI RICHARD LINKLATER

​Ancora una volta un incontro folgorante. Nel cinema di Richard Linklater conoscere nuove persone cambia sempre il proprio essere. Succede anche in Hit Man, il nuovo film del grande regista texano che ha esaltato il Lido di Venezia all’80ª edizione del Festival del Cinema. Quando Gary (Glen Powell), agente sotto copertura che impersonifica un finto sicario per incastrare i possibili mandanti di omicidi, incontra Madison (Adria Arjona), vittima di una relazione tossica che cerca di mettersi in contatto con un serial killer professionista per eliminare il proprio partner, il film cambia: da esilarante commedia, diventa un esilarante commedia romantica.
Ciò che colpisce non è soltanto un'eccezionale sceneggiatura (scritta a quattro mani da Richard Linklater e Glen Powell), che mentre racconta una storia dal ritmo incessante, riflette sul cinema stesso e sulle maschere che ognuno di noi indossa per adattarsi socialmente, ma è la capacità che Linklater ha di gestire registicamente questa pellicola. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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l'innocenza di hirokazu kore'eda

Chi è il mostro? Il nuovo film di Hirokazu Kore'eda presentato in concorso al 76º Festival di Cannes ci pone da subito questa domanda. Chi dobbiamo incolpare per gli strani comportamenti del piccolo protagonista Minato? Esiste solo un mostro? In una prospettiva occidentale probabilmente la risposta sarebbe sì, il mondo è tutto o bianco o tutto nero. Quest’opera invece ci pone davanti a delle zone grigie. Il confine tra bene e male, verità e bugia è molto più sottile di così ed il regista nipponico riesce ad intercettare tutto questo, ancora una volta, con delicatezza e sensibilità. Non è esagerato dire che L'Innocenza è uno dei lavori più riusciti ed ispirati dell’ultimo Kore'eda. La sceneggiatura di Yuji Sakamoto (premiata al Festival di Cannes) è portata al massimo delle sue potenzialità espressive attraverso la mano del regista che, con delle intuizioni visive geniali, costruisce immagini potentissime e metaforiche come le innumerevoli scene nella quale il fango è protagonista. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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The apprentice di ali abbasi

​All’inizio di Fahrenheit 11/9 (2018) il regista Michael Moore si chiede “Ma com’è possibile che Donald Trump sia diventato presidente degli Stati Uniti d’America?” Il geniale documentarista gira Fahrenheit 11/9 con lo scopo di analizzare l’influenza che l’imprenditore ha nei confronti degli americani, la sua forza mediatica e il suo sistema elettorale non del tutto lecito.
The Apprentice è l’altro lato della medaglia. La coppia Abbasi (regia) e Sherman (sceneggiatura) si sofferma su come Donald Trump sia diventato Donald Trump, ma non dal punto di vista mediatico, quanto da quello più personale e intimo. ​La genesi di un mostro: The Apprentice è più riconducibile ad un moster movie che ad un film politico, perché la società americana è sempre sullo sfondo, ma non è mai il punto centrale del film. Con coraggio da vendere e un acume invidiabile, Ali Abbasi dedice di mostrarci le relazioni di Trump e come esse siano il fulcro della formazione di un uomo, sia professionale (cancellando totalmente la retorica del self-made man tanto cara a Trump e ai trumpiani) che personale. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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The substance di coralie fargeat

Era il 2017 quando Coralie Fargeat esordiva con Revenge, un film in cui il deserto si faceva teatro di vendetta per una ragazza che aveva subito una violenza sessuale. Già dal suo esordio la Fargeat aveva dimostrato la capacità di gestire vari generi come il thriller, il western, fino ad una escalation di violenza che vira nel puro exploitation, con tonnellate di sangue e gore per raccontare la violenza di genere ribaltando i ruoli di vittima e carnefice.
The Substance è un’altra storia ma “la penna” è la stessa e (per la nostra/mia gioia) il sangue è triplicato. Se in Revenge la protagonista sparava un colpo di fucile lì dove un uomo non vorrebbe mai essere colpito per esplicitare una rabbia femminile stanca di rimanere l’oggetto passivo del desiderio, in The Substance la regista usa la stessa violenza visivamente ripugnante, e lo fa con il corpo della donna: involuto e desiderato, sfruttato, colpito, lacerato, deformato, insanguinato, mostrificato. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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ANORA DI SEAN BAKER

Se c’è un regista post-Quentin Tarantino capace di saper utilizzare la propria cinefilia come personale modello stilistico, quello è Sean Baker. Non è una questione citazionista o di omaggio verso il passato e il cinema che si ama; è una questione di conoscere profondamente il cinema dalla A alla Z (da quello comunemente definito alto, a quello basso) e sapere dove intervenire quando ci sono delle mancanze nel percorso cinematografico. Ecco perché Anora è qualcosa di mai visto prima, che sa riprendere dal passato ma si rinnova attraverso la coerenza con i tempi che corrono e la volontà di settare nuovi standard cinematografici. Non è una favola alla Cenerentola, è il riscatto sociale di una ragazza che ha sempre vissuto in ambienti decadenti. Più che la volontà di vivere da ricca, c’è il desiderio di cambiare il passato (una parabola molto legata a quella dei rapper americani ad esempio, con l’ostentazione del lusso come modo per mettere in chiaro di avercela fatta). Ma il cinema di Sean Baker è sempre popolato da ragazzi cresciuti troppo in fretta, o almeno che credono di esserlo, mai per colpa loro, quanto per il contesto sociale che li circonda. Per questo Anora è il film emblematico della Gen Z; in un mondo in cui tutto scorre al doppio della velocità, il sentirsi inadeguati è il sentimento più frequente per i ragazzi di questa generazione. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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LONGLEGS DI OSGOOD PERKINS

Osgood Perkins ha riportato l’horror al suo stato primordiale. A volte non serve costruire artificiose soluzioni per spaventare, spesso basta giocare con le sensazioni insite nell’essere umano, e con le paure più basilari come il terrore del proprio passato o l’insicurezza nei confronti di chi ti sta accanto. Longlegs fa questo e lo fa molto bene, se poi si unisce la primordialità della paura all’eleganza formale del suo autore, il risultato non può che essere vincente.
​Cosa fare quando il tramite per collegare il mondo terreno a quello sovrannaturale è l’essere più apparentemente innocente, quello su cui nessuno sospetterebbe mai e che abbiamo sempre avuto accanto? Su questo si basa la paura in Longlegs, più che sull’aspetto appariscente di Cage. Il film di Perkins fonda la sua storia su sensazioni riconducibili a quelle delle fiabe classiche, non a caso il penultimo film del regista figlio d’arte è Gretel & Hansel (2020) una reinterpretazione orrorifica del racconto dei fratelli Grimm (già di suo con elementi spaventosi). Clicca qui per leggere la recensione completa...
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GIURATO NUMERO 2 DI CLINT EASTWOOD

Clint Eastwood non ha ancora finito di stupire perché all’età di 94 anni firma un’opera potente, un film che indaga le “zone grigie” del sistema giudiziario, un dramma ambientato in tribunale che fa del racconto processuale un pretesto per parlare della verità. Ma esiste una verità assoluta? E soprattutto, c’è giustizia nella verità?
Prendersi le proprie responsabilità e affrontare il nostro passato con la consapevolezza di distruggere il nostro futuro o tacere per sempre e lasciare che la falsa giustizia faccia il suo corso? Per Eastwood, prima o poi il nostro passato tornerà a galla: non possiamo scappare da noi stessi. Ma è incredibile la capacità di mettere in scena una storia che cela ambiguità ovunque, persino nella versione segreta del protagonista, nella quale non sapremo mai, come lui d'altronde, come siano andate davvero le cose. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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DO NOT EXPECT TOO MUCH FROM THE END OF THE WORLD DI RADU JUDE

La fine del mondo del titolo è il nuovo millennio, quello che si sarebbe dovuto aprire con un bug informatico e il collasso tecnologico. Per Radu Jude il presente è in bianco e nero, grezzo e sovraesposto; mentre il passato è a colori, riprendendo un film del cinema romeno pre-rivoluzione, dove tutto viene impacchettato bellamente ma con le immagini che si immobilizzano diventando scattose. Quanta differenza c’è tra il presente e il passato? Quanto il sistema ultra-capitalista e la frenesia sociale del mondo attuale giovi nell’umanità? Quanta ipocrisia pervade l’ambiente lavorativo, con i sottoposti sempre schiacciati dall’oppressione di chi è ai piani superiori? Quella di Radu Jude è una straordinaria analisi del capitalismo; in una società in cui tutto è finalizzato a creare contenuti redditizi (non soltanto di denaro, ma anche di follower o like) e in cui persino il sesso deve essere svelto, fugace e rapido, affinché si passi al prossimo impiego nel più breve tempo possibile. Clicca qui per leggere la recensione completa...
Di Saverio Lunare e Simona Rurale

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