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I PECCATORI

RECENSIONE

I PECCATORI - LA CULTURA AFROAMERICANA TRA VAMPIRI E BLUES SVEDESE

Il nuovo film di Ryan Coogler, ormai giunto al suo quinto lungometraggio, sembrava poter unire perfettamente le due anime che hanno da sempre contraddistinto il cinema del regista californiano, quella più di genere, data dall’esperienza Marvel (Black Panther e Black Panther: Wakanda Forever) e dall’esperienza nell’universo di Rocky Balboa (Creed) e quella più sociale derivante dai suoi primi lavori, in particolare il buon Ultima fermata Fruitvale Station.
I peccatori, infatti, si presenta come un progetto fortemente influenzato dal cinema di Jordan Peele, capace, cioè, di utilizzare l’horror al fine di un racconto socio-politico che, però, si ferma (quasi) solo alle intenzioni iniziali.
 
Nel 1932 i fratelli gemelli Elias e Elijah Moore (Michael B. Jordan) - soprannominati Stack e Smoke - per cercare di lasciare il loro passato travagliato alle spalle decidono di fare ritorno nella loro città natale nel Delta del Mississippi per aprire un juke joint, un locale informale per afroamericani gestito da afroamericani, dove si suona principalmente musica blues, si beve e si gioca d’azzardo. Durante la serata di apertura, però, i due fratelli scopriranno che ad attenderli vi è un potere maligno molto più temibile e oscuro.
 
La cultura afroamericana è da sempre una storia fatta di contraddizioni. I primi schiavi sbarcati in America, infatti, furono costretti subito ad abbandonare completamente le proprie tradizioni, in particolare quelle musicali, ma allo stesso tempo non potevano nemmeno legarsi alla cultura dell’oppressore, perché l’accoglienza non era contemplata.
Come spiega W.E.B. Du Bois nel suo The souls of Black folk, iniziò a svilupparsi il concetto di doppia coscienza, ovvero sentirsi nero e americano allo stesso momento, una contraddizione interna che, però, costituirà l’identità degli afroamericani.
I peccatori riesce a restituire, almeno inizialmente, questo senso di contrasto culturale interno. I due gemelli Moore ne sono la sintesi perfetta, due afroamericani, che però hanno combattuto la Grande Guerra insieme ai bianchi e successivamente hanno lavorato al soldo di Al Capone, questione che purtroppo rimane solo accennata.
Altro elemento positivo dell’opera di Coogler è sicuramente il rapporto tra musica e comunità, esplicitato dalla scena più bella del film, dove le culture del passato, del presente e del futuro si uniscono in un ballo accompagnato da un’unione di melodie hip-hop, blues e di musica tribale che travalica il tempo.
Foto
Nella parte musicale, e in particolare nella colonna sonora, si riscontrano le prime preoccupazioni, non tanto per la qualità della OST, che risulta ben fatta anche grazie al contributo di cantanti e musicisti blues, ma per il fatto che a firmare la colonna sonora di un film sulla cultura afroamericana, in cui il blues è IL protagonista, sia lo svedese Ludwig Göransson e che nei primi titoli di coda compaia solamente il suo nome. Questa contraddizione interna all’opera stessa non fa che rendere quasi vano tutto ciò a cui si è assistito.
 
I problemi de I peccatori iniziano già nella prima parte, ma si ingigantiscono quando vuole diventare un film di genere e in particolare un film horror. Coogler dimostra come la parentesi Marvel Studios, forse, gli abbia fatto più male del previsto, spesso sembra di star guardando un capriccio di un regista costretto alle condizioni di Kevin Feige per anni e che ora è finalmente libero di mettere in scena litri di sangue, linguaggio scurrile, sesso (per lo più girato anche male).
La parte orrorifica risulta molto derivativa (Dal tramonto all’alba su tutti), senza mordente e abbandonata velocemente per trasformarsi in una scena di combattimento brutta e mal girata al pari dei combattimenti finali di Black Panther e Black Panther: Wakanda Forever.
 
I Peccatori, arrivato dalla critica d’oltreoceano con gli elogi più incessanti, cerca di riassumere le contraddizioni che hanno caratterizzato un intero popolo per centinaia di anni, cadendo, però, sotto il peso delle sue stesse aspettative.

Di Andrea Rossini

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