I RAGAZZI DELLA NICKEL - QUANDO LA SOGGETTIVA NON IMMERGE, MA DISUMANIZZA
Lo studioso Alexander Galloway nel suo Gaming: Saggi sulla cultura algoritmica (2006) teorizzava su come la soggettiva al cinema fosse una modalità d’immersione per rappresentare momenti di alterazione psico-fisica: rappresentare un uomo ubriaco o sotto l’effetto dio droghe, o ancora, immergere lo spettatore nel pericolo portato da un serial killer (Halloween di Carpenter e L’occhio che uccide di Michael Powell), sono due dei più significativi esempi in questo caso), ma l’unica reale immersione soggettiva, secondo lo studioso, era quella portata da una macchina, dal POV di qualcosa di animato artificialmente (Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio, Arnold Schwarzenegger in Terminator), soltanto in quel caso la soggettiva cinematografica ha un reale senso semantico secondo Galloway.
Questa introduzione ci serve per analizzare I ragazzi della Nickel, il nuovo film di RaMell Ross, e il suo utilizzo della soggettiva che, paradossalmente, ottiene l’effetto contrario di quello ricercato dal regista: non immerge, ma disumanizza, distacca lo spettatore sentimentalmente e non gli permette di entrare emotivamente in questo tragico racconto di segregazione razziale.
Elwood (Ethan Herisse) viene ingiustamente accusato di furto e condannato a scontare la pena in un riformatorio minorile di Tallahassee, dove farà la conoscenza di Turner (Brandon Wilson). I due decideranno di affrontare insieme il percorso detentivo. Ma il riformatorio Nickel nasconde dei terrificanti segreti che devono venire a galla per smascherare l’orrore della segregazione statunitense degli anni ‘60.
Questa introduzione ci serve per analizzare I ragazzi della Nickel, il nuovo film di RaMell Ross, e il suo utilizzo della soggettiva che, paradossalmente, ottiene l’effetto contrario di quello ricercato dal regista: non immerge, ma disumanizza, distacca lo spettatore sentimentalmente e non gli permette di entrare emotivamente in questo tragico racconto di segregazione razziale.
Elwood (Ethan Herisse) viene ingiustamente accusato di furto e condannato a scontare la pena in un riformatorio minorile di Tallahassee, dove farà la conoscenza di Turner (Brandon Wilson). I due decideranno di affrontare insieme il percorso detentivo. Ma il riformatorio Nickel nasconde dei terrificanti segreti che devono venire a galla per smascherare l’orrore della segregazione statunitense degli anni ‘60.
Tratto dall’omonimo romanzo premio Pulitzer, scritto da Colson Whitehead, il film di RaMell Ross parte da una base impattante e incisiva che non può lasciare indifferenti, ma la tecnica utilizzata dal regista rende impossibile l’immersione emotiva da parte dello spettatore. La soggettiva, che sia in prima persona, come nella parte all’interno del riformatorio, o in terza come invece nella parte ambientata nel presente, sminuisce la forza sociale del film: Si ha continuamente la sensazione di trovarsi davanti un’opera dalla pretenziosa artificialità visiva. Come ci ha insegnato Ken Loach in quasi 60 anni di carriera, per mettere in scena un racconto sociale, e affinché esso abbia quella forza necessaria per questo tipo di film, è fondamentale avvicinarsi al pubblico, attraverso anche l’utilizzo di una certa canonicità visiva e narrativa. Uno degli esempi più recenti di grande racconto sociale capace di sfruttare a proprio favore la canonicità è Io sono ancora qui di Walter Salles, trionfatore dell’ultima edizione degli Oscar nella categoria di miglior film in lingua straniera, Salles è riuscito a trasportare lo spettatore all’interno del dramma politico della propria Nazione, utilizzando perfettamente gli strumenti cinematografici a sua disposizione, creando empatia attraverso la normalità, il quotidiano. Quella normalità che manca a I ragazzi della Nickel, che impedisce un rapporto di comprensione reciproca tra chi guarda il film e l’impatto sociale che il film ha intenzione di ottenere.
A I ragazzi della Nickel, sembra paradossale dirlo, manca la canonicità: manca quella voglia di essere semplici e per tutti, perché la normalità e capire quando essa sia necessaria non è banale, è qualcosa riservato ai grandi registi.
Di Saverio Lunare
A I ragazzi della Nickel, sembra paradossale dirlo, manca la canonicità: manca quella voglia di essere semplici e per tutti, perché la normalità e capire quando essa sia necessaria non è banale, è qualcosa riservato ai grandi registi.
Di Saverio Lunare