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IL CASO 137

RECENSIONE

IL CASO 137 - DEONTOLOGIA PROFESSIONALE

​Dominik Moll prosegue nella sua indagine cinematografica sulle zone d’ombra delle istituzioni francesi. Da Only the Animals - Storie di spiriti amanti (2019) e successivamente con La notte del 12 (2022), il regista di origine tedesca naturalizzato francese ha iniziato a scomporre e ricomporre i rapporti di potere — che siano di genere, di legge, o sociali — attraverso pellicole che destrutturano il polar investigativo.

Con il suo nuovo film Il caso 137, presentato a Cannes nel 2025, Dominik Moll aggiunge un mattone fondamentale al suo ben delineato percorso autoriale, realizzando il film più compatto, preciso e politicamente infiammabile della sua carriera; in sintesi: realizzando il suo film migliore.

Dicembre, 2018. Quando il giovane Guillaume (Côme Peronnet) viene gravemente ferito alla testa da un proiettile antisommossa durante una manifestazione a Parigi, Stéphanie (Léa Drucker) un’investigatrice dell’IGPN (il servizio di controllo interno della polizia nazionale francese) indagherà sui responsabili, ricostruendo gli eventi dell’accaduto.

La deontologia professionale è alla base di Il caso 137. Quella di Moll è una pellicola in cui vengono sottolineate le procedure, i metodi, le limitatezze legislative. Esemplificativa è la sequenza all’hotel, in cui Stéphanie, accompagnata da un suo collega, deve entrare in contatto con una possibile testimone degli eventi e deve passare dalla reception, dalla segreteria, dai cartellini di entrata e di uscita delle camere.

Un procedimento lento, minuzioso, quasi anti-cinematografico, ma estremamente significativo per rappresentare l’etica professionale della protagonista. L’unica cosa a cui affidarsi quando si toccano gli intoccabili, anche a costo di mettere in discussione quelle procedure delineate e deontologiche per l’appunto, pedinando chi potrebbe essere in possesso di una prova, umanizzandosi nei confronti degli ultimi per la legge, e non facendosi intimorire davanti ai primi, mettendo al primo posto la giustizia e il suo ruolo.
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​Ciò che davvero colpisce ne Il caso 137 è il raggelante livello di grandezza espressiva che la messa in scena del regista ha raggiunto. Da Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof non si vedeva un utilizzo così del formato verticale, che come nel film del regista iraniano, anche qui diventa mezzo per raggiungere la verità, non manipolato e non manipolabile a differenza dei video istituzionali.

Paris diventa sıɹɐԀ in un cartello rovesciato, perché mentre ci sono i gattini sullo schermo — anche quelli in formato verticale — la democrazia e la sua professione vengono messe in pericolo dalla repressione impunita, e i segni di protesta — come quel cartello capovolto — vengono schiacciati da un mezzo di demolizione, cancellati attraverso un semplice cavillo balistico.

Anche questa volta — come nei film precedenti del regista — vengono messi in evidenza i rapporti di genere, con donne che interrogano uomini e che arrivano in ritardo ai saggi di karate dei propri figli, in un ribaltamento stereotipico efficace e parte integrante della narrazione dei ruoli di potere interna al film.

Il caso 137 è grande cinema politico e non politicizzato, è cinema in cui ciò che conta è la verità e il procedimento per raggiungerla, partendo dal suo titolo — che ricorda quello di un altro bellissimo film contemporaneo d’inchiesta The Report (2019) di Scott Z. Burns — e proseguendo attraverso la sua eccezionale scrittura, messa in scena, e capacità recitativa di una Léa Drucker perfetta nel ruolo di chi deve scontrarsi contro tutto e tutti per poter fare bene il suo lavoro.
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Di Saverio Lunare
17/07/2026

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