IL CINEMA DI CRISTIAN MUNGIU È COME FANGO SUL VETRO TRASPARENTE
Cristian Mungiu si aggiunge alla ristrettissima categoria dei registi con due Palme d’oro. Oltre al regista romeno, solo Ken Loach, Francis Ford Coppola, Michael Haneke, Shōhei Imamura, Emir Kusturica, i fratelli Dardenne, Bille August e il più giovane di tutti ad aver raggiunto questo riconoscimento Ruben Östlund, sono riusciti a bissare la vittoria del premio principale al festival del cinema di Cannes.
Con Fjord, che vedremo in Italia grazie a BIM, Cristian Mungiu arricchisce il suo incredibile curriculum di premi. Alle due Palme d’oro — la prima nel 2007 per 4 mesi 3 settimane, 2 giorni, e la seconda per la sua nuova pellicola, premiata nell’ultima edizione della kermesse — vanno aggiunti un premio per la miglior sceneggiatura per Oltre le colline (2012) e uno alla miglior regia per Un padre, una figlia (2016). Quando si presenta a Cannes è raro che se ne vada senza comparire nel palmarés e senza che il suo riconoscimento venga mai messo in discussione dal consueto chiacchiericcio, fatto di malumori e considerazioni, post premiazioni.
Con Fjord, che vedremo in Italia grazie a BIM, Cristian Mungiu arricchisce il suo incredibile curriculum di premi. Alle due Palme d’oro — la prima nel 2007 per 4 mesi 3 settimane, 2 giorni, e la seconda per la sua nuova pellicola, premiata nell’ultima edizione della kermesse — vanno aggiunti un premio per la miglior sceneggiatura per Oltre le colline (2012) e uno alla miglior regia per Un padre, una figlia (2016). Quando si presenta a Cannes è raro che se ne vada senza comparire nel palmarés e senza che il suo riconoscimento venga mai messo in discussione dal consueto chiacchiericcio, fatto di malumori e considerazioni, post premiazioni.
Per raccontare il cinema di Cristian Mungiu ci affidiamo all’ultima inquadratura di uno dei suoi capolavori: Oltre le colline. Il parabrezza lindo dell’auto della polizia che sta trasportando in questura il padre ortodosso e le suore di un convento a seguito dell’accusa di omicidio colposo della giovane Alina, viene macchiato dal fango alzato da un’altra vettura. La lucentezza di quel vetro trasparente si macchia, si sporca di fango, perché nel cinema di Mungiu non esiste la limpida verità, così come non esistono personaggi senza macchia. Ed è lo spazio in cui si muove lo spettatore il fulcro centrale del suo lavoro; non è mai facile posizionarsi quando si osserva una pellicola del regista romeno, non è semplice patteggiare inequivocabilmente per una parte o per un’altra, per un personaggio e per un altro. Evita la dicotomia il regista, anche nelle questioni più delicate e nei temi in cui, soltanto in teoria, la nostra coscienza sa benissimo in che direzione andare.
Anche in Animali Selvatici, la penultima opera di Mungiu, la nostra posizione nei confronti delle scelte dei protagonisti viene continuamente messa in discussione. Dalla scelta, soltanto apparentemente progressista, da parte di Csilla — titolare di un’azienda che produce pane — di assumere dipendenti cingalesi a seguito del rifiuto dei cittadini transilvani di lavorare al minimo salariale, alla violenta e xenofoba reazione dei paesani nei confronti degli extracomunitari; il vetro limpido delle nostre scelte morali si oscurerà presto. Soprattutto grazie alla grandissima regia di Cristian Mungiu, che in una sequenza di riunione popolare esprime il significato dell’intero film attraverso la composizione dell’inquadratura. Con la stretta di mano in primo piano tra Csilla e il suo compagno Matthias — il protagonista del film — e con i cittadini sullo sfondo, mentre fuori campo sono presenti il prete e il sindaco che stanno conducendo la riunione. L’inquadratura resta ferma per 17 minuti e il montaggio interno rivelerà la tensione, i caratteri, le vigliaccherie umane.
Anche in Animali Selvatici, la penultima opera di Mungiu, la nostra posizione nei confronti delle scelte dei protagonisti viene continuamente messa in discussione. Dalla scelta, soltanto apparentemente progressista, da parte di Csilla — titolare di un’azienda che produce pane — di assumere dipendenti cingalesi a seguito del rifiuto dei cittadini transilvani di lavorare al minimo salariale, alla violenta e xenofoba reazione dei paesani nei confronti degli extracomunitari; il vetro limpido delle nostre scelte morali si oscurerà presto. Soprattutto grazie alla grandissima regia di Cristian Mungiu, che in una sequenza di riunione popolare esprime il significato dell’intero film attraverso la composizione dell’inquadratura. Con la stretta di mano in primo piano tra Csilla e il suo compagno Matthias — il protagonista del film — e con i cittadini sullo sfondo, mentre fuori campo sono presenti il prete e il sindaco che stanno conducendo la riunione. L’inquadratura resta ferma per 17 minuti e il montaggio interno rivelerà la tensione, i caratteri, le vigliaccherie umane.
Vetro che si riempie di fango nel film che ha avuto il merito non solo di consacrare il regista, ma un’intera cinematografia tra le più qualitativamente fruttuose del nuovo millennio. 4 mesi 3 settimane, 2 giorni -- e il suo trionfo a Cannes -- ha dato il via alla nuova scuola romena, con registi del calibro di Radu Jude, Cristi Puiu, Călin Peter Netzer ad accompagnare Mungiu, raccogliendo premi nei più importanti festival internazionali. In uno stato — la Romania del 1987 — in cui la mancanza di leggi sull’aborto costringe due ragazze Otilia e Găbița, con quest’ultima rimasta accidentalmente incinta, a compiere una vera e propria odissea urbana per cercare un metodo illegale per terminare la gravidanza. Con la macchina da presa di Mungiu che non si stacca dai corpi delle due protagoniste, che accetteranno compromessi e ricatti, costrette a compiere atti facilmente additabili a riprovevoli a causa delle lacune statali, in un Paese che sta vivendo gli ultimi anni di Ceaușescu e si trasforma in un’arena, in un campo di battaglia.
Zone d’ombra protagoniste assolute nel suo Un padre, una figlia, Bacalaureat in originale, la traduzione di diploma. Ed è proprio il titolo di studio a essere fondamentale nel rapporto tra un padre e una figlia, in cui tutte le aspettative genitoriali sono riversate nel raggiungimento dell’obiettivo e nel possibile accesso a una borsa di studio londinese per la giovane. Le proiezioni e le aspettative di riscatto riversate in sua figlia, a costo di mettere da parte la propria etica, di scendere — ancora una volta — a compromessi con un sistema fallace fatto di favoritismi e nessuna tutela. Un altro fango che si cosparge sul vetro trasparente della nostra coscienza, aspettando l’arrivo in sala del suo Fjord, abbiamo raccontato uno dei registi maggiormente capaci di far muovere lo spettatore all’interno di spazi grigi. In un cinema che ricerca sempre più sistemi semplicistici per mettere in scena la propria tesi, registi come Cristian Mungiu sono da preservare, celebrare e giustamente premiare.
Zone d’ombra protagoniste assolute nel suo Un padre, una figlia, Bacalaureat in originale, la traduzione di diploma. Ed è proprio il titolo di studio a essere fondamentale nel rapporto tra un padre e una figlia, in cui tutte le aspettative genitoriali sono riversate nel raggiungimento dell’obiettivo e nel possibile accesso a una borsa di studio londinese per la giovane. Le proiezioni e le aspettative di riscatto riversate in sua figlia, a costo di mettere da parte la propria etica, di scendere — ancora una volta — a compromessi con un sistema fallace fatto di favoritismi e nessuna tutela. Un altro fango che si cosparge sul vetro trasparente della nostra coscienza, aspettando l’arrivo in sala del suo Fjord, abbiamo raccontato uno dei registi maggiormente capaci di far muovere lo spettatore all’interno di spazi grigi. In un cinema che ricerca sempre più sistemi semplicistici per mettere in scena la propria tesi, registi come Cristian Mungiu sono da preservare, celebrare e giustamente premiare.
Di Saverio Lunare
25/05/2026