IL CINEMA RITROVATO 2025 - GIORNO 6: LA GIOVANNA D'ARCO DI PREMINGER-SEBERG, FARHADI SULL'IRAN E L'AMORE PER IL CINEMA ITALIANO E IL CAPOLAVORO THRILLER DI LUCIO FULCI
Nel sesto giorno di Festival abbiamo visto Saint Joan, l’adattamento degli ultimi giorni di vita di Giovanna D’Arco realizzato da Otto Preminger, che coincide con l’esordio di Jean Seberg. Asghar Farhadi nel pomeriggio ha condotto una masterclass viaggiando tra cinefilia e racconto del suo Paese e abbiamo concluso con il più grande thriller mai realizzato sul Sud Italia, firmato da Lucio Fulci.
SAINT JOAN (1957) DI OTTO PREMINGER
Tra gli adattamenti cinematografici del processo di Giovanna D’Arco, quello di Otto Preminger è tra i meno conosciuti e memorabili realizzati nel secolo scorso. Il capolavoro di Dreyer e la durissima e rigorosa ricostruzione del processo realizzata da Bresson sono di un altro livello, soprattutto nella creazione di immagini impossibili da dimenticare.
Alla coppia formata da Preminger (regia) e Graham Greene (sceneggiatura), il caso Giovanna D’arco interessa molto di più come strumento politico nel conflitto anglo-francese che come essere umano. È una pedina mossa nello scacchiere politico in mezzo ai due stati, che appare nei sogni non tanto per vendicarsi tormentando i suoi esecutori, quanto per ragionare ancora una volta sul suo ruolo all’interno sociale.
Una giovanissima Jean Seberg al primo ruolo, prima di incontrare il regista che gli rivoluzionerà la carriera e la vita: Jean-Luc Godard, ricorda soltanto fisicamente l’iconica Maria Falconetti, ma la sua Giovanna D’arco è molto più aitante (scelta che non risulta efficace) e dato il tono scelto da Preminger, anche lei si adatta inserendo un ingrediente ironico nella sua tragicità.
Alla coppia formata da Preminger (regia) e Graham Greene (sceneggiatura), il caso Giovanna D’arco interessa molto di più come strumento politico nel conflitto anglo-francese che come essere umano. È una pedina mossa nello scacchiere politico in mezzo ai due stati, che appare nei sogni non tanto per vendicarsi tormentando i suoi esecutori, quanto per ragionare ancora una volta sul suo ruolo all’interno sociale.
Una giovanissima Jean Seberg al primo ruolo, prima di incontrare il regista che gli rivoluzionerà la carriera e la vita: Jean-Luc Godard, ricorda soltanto fisicamente l’iconica Maria Falconetti, ma la sua Giovanna D’arco è molto più aitante (scelta che non risulta efficace) e dato il tono scelto da Preminger, anche lei si adatta inserendo un ingrediente ironico nella sua tragicità.
MASTERCLASS DI ASGHAR FARHADI
La cinefilia ha dato vita al vigore del cinema iraniano, partendo dalla Nouvelle Vague anni ‘70 arrivando alla sua generazione. Quella di Farhadi al cinema Modernissimo di Bologna è stata una masterclass all’insegna dell’amore per il cinema italiano da parte del regista di Una Separazione, che ha elogiato la capacità del cinema nostrano di rappresentare il reale, citando i film di Vittorio De Sica come fonte d’ispirazione per il suo approccio cinematografico.
L’importanza del dramma rispetto alla simbologia, è per Farhadi fondamentale nel suo scopo di rivolgersi al maggior numero di persone possibile.
Infine, il regista si è lasciato andare a un ricordo sul maestro del cinema iraniano Abbas Kiarostami, con un incontro tra i due poco prima che il regista ci lasciasse e che come al solito si è concluso con un non-saluto da parte dell’autore de Il sapore della ciliegia, che non è mai stato un amante degli addii.
L’importanza del dramma rispetto alla simbologia, è per Farhadi fondamentale nel suo scopo di rivolgersi al maggior numero di persone possibile.
Infine, il regista si è lasciato andare a un ricordo sul maestro del cinema iraniano Abbas Kiarostami, con un incontro tra i due poco prima che il regista ci lasciasse e che come al solito si è concluso con un non-saluto da parte dell’autore de Il sapore della ciliegia, che non è mai stato un amante degli addii.
NON SI SEVIZIA UN PAPERINO (1972) DI LUCIO FULCI
Era il 1972 quando Lucio Fulci realizzava un film destinato a influenzare intere generazioni di registi. Incompreso dalla critica dell’epoca, quel film era in realtà un’opera sorprendentemente moderna: un thriller che si immerge nel folk horror con influenze antropologiche, un parente stretto de Il demonio di Brunello Rondi. Sin dalla prima inquadratura – un’autostrada che incombe sul villaggio fittizio di Accendura – Fulci mette in scena il conflitto profondo tra il boom economico e le arcaiche tradizioni del Sud demartiniane. C’è un’Italia divisa per Fulci: da un lato quella che chiude le persiane per non vedere, dall’altro la borghesia ipocrita, morbosa e dominante, esemplificata dalla celebre (e scandalosa già all’epoca) scena con Barbara Bouchet. Fulci dipinge un ritratto corrosivo di un Paese sospeso tra magia e “progresso”, dove il vero orrore non abita nel Sud, ma nelle istituzioni: uno Stato assente ed incompetente, una Chiesa complice e assassina.
Il modo in cui Fulci racconta tutto questo riscrive le regole del cinema – non solo italiano. Dalla radiolina in stile tarantiniano che accompagna una scena di brutale violenza, alla luce abbagliante del sole che illumina l’orrore, Fulci anticipa soluzioni visive che ancora oggi vengono considerate rivoluzionarie nel genere.
Il modo in cui Fulci racconta tutto questo riscrive le regole del cinema – non solo italiano. Dalla radiolina in stile tarantiniano che accompagna una scena di brutale violenza, alla luce abbagliante del sole che illumina l’orrore, Fulci anticipa soluzioni visive che ancora oggi vengono considerate rivoluzionarie nel genere.
Di Saverio Lunare e Simona Rurale
27/06/2025