IL CINEMA RITROVATO 2026 - GIORNO 2: LE CLASSI DI CHARLES BURNETT, IL FILM RACKET IRANIANO, LA CONVERSAZIONE CON ISABELLA ROSSELLINI, I GOTICI DI ROGER CORMAN E ROY DEL RUTH, LA FINE DI UN'EPOCA IN PAUL THOMAS ANDERSON
Il secondo giorno di festival si è aperto con la proiezione del restauro di My Brother's Wedding di Charles Burnett, ormai divenuto un appuntamento fisso: è il terzo film di Burnett che viene presentato - consecutivamente - al festival de Il Cinema Ritrovato. Successivamente abbiamo assistito a The Cycle del regista iraniano Dariush Mehrjui, alla conversazione condotta da Isabella Rossellini al cinema Modernissimo e a The Terror di Roger Corman (all'interno del festival è presente una piccola retrospettiva sul regista). Abbiamo concluso il nostro secondo giorno con le proiezioni di The Phantom of the Rue Morgue in 3D e con uno dei capolavori di Paul Thomas Anderson Boogie Nights.
MY BROTHER'S WEDDING DI CHARLES BURNETT (1983)
Il restauro di un film del regista indipendente Charles Burnett è diventato un habituè al festival de Il Cinema Ritrovato. Dopo The Annihilation of Fish (1999) e Killer of the Sheep (1978), è la volta di My Brother’s Wedding (1983). Charles Burnett, attraverso i gesti — due corpi che si ritrovano e si azzuffano dalla gioia — realizza un film sulle differenze di classe e sull’integrità umana. Gli avvocati sono il contraltare dei criminali; i borghesi, dei reietti; e le case dei ricchi con l’inserviente, della strada. Qual è la tua famiglia? Adeguarsi alla borghesia o restare integro con la propria provenienza e identità? My Brother’s Wedding racconta la classe operaia attraverso le contrapposizioni di eventi — un matrimonio vs un funerale — e dei corpi, con attori non professionisti che formano il mosaico della quotidianità degli Stati Uniti del sud.
Di Saverio Lunare
THE CYCLE DI DARIUSH MEHRJUI (1976)
Continua la riscoperta del cinema di Dariush Mehrjui, regista iraniano scomparso alcuni anni fa e del quale l’anno scorso si era potuto vedere in sala Postchi. Con Dayereh-ye Mina (noto con il titolo internazionale The Cycle), il pubblico del festival viene proiettato nuovamente nell’Iran prima della Rivoluzione Islamica del 1979. Girato nel 1976, ma rimasto bloccato fino al 1978 a causa dell’opposizione dell’Associazione Medica Iraniana, il film racconta la lenta e perturbante discesa nel business del sangue che coinvolge il giovane protagonista Ali e il suo anziano padre malato. In attesa di un riscontro medico che assumerà in contorni di un soffocante labirinto di miseria umana e corruzione morale, Ali si lascia gradualmente corrompere da uno sguardo impietoso su una società anemica e parassitaria. Con la finzione che sfuma diversamente i suoi contorni, i personaggi vengono assorbiti dagli ambienti reali, l’ospedale in primis, e tutta una geografia di periferia che accompagna le peregrinazioni del protagonista dentro il cupo racconto di una formazione mostruosa. E ritrovarsi a condividere queste storie, dimostra ancora il forte valore etico e storico di riportare alla luce una testimonianza del genere per capire l’Iran (prima) dei giorni nostri.
Di Emilio Occhialini
LA CONVERSAZIONE CON ISABELLA ROSSELLINI
Dalla masterclass di Isabella Rossellini emerge il ritratto intimo di un padre, Roberto, che ha divorato la vita senza regole, segnato da dittature e guerre. Un uomo che si innamorava di donne complici della sua arte: da Anna Magnani, pilastro del neorealismo, a Ingrid Bergman, icona della sua svolta stilistica, il cui amore sconvolse l'opinione pubblica. Affabulatore straordinario dalla voce magnetica, Rossellini era un padre geloso ma visionario, tanto da scrivere a Paolo VI sul valore educativo del cinema, (amerebbe National Geographic sostiene la Rossellini). Amico e maestro di Fellini, visse persino il successo commerciale de Il generale Della Rovere — culminato con il Leone d'Oro — con un bizzarro sdegno per via del compromesso che, racconta la Rossellini, sentiva di stare realizzando tra quello che voleva lui e quello che voleva il pubblico. Isabella ha poi ripercorso la propria carriera e gli amori: il matrimonio con Martin Scorsese, attraverso il viaggio alla scoperta delle radici siciliane e l'ironico aneddoto sulla sua fobia del sangue; il sodalizio artistico con Guy Maddin, che le ha insegnato il fascino dell'effimero e della troupe ridotta; infine il set di Velluto Blu con David Lynch. Un film cult che le costò il licenziamento da parte del suo agente, incapace di comprendere l'avanguardia scandalosa di quel capolavoro.
Di Simona Rurale
THE TERROR DI ROGER CORMAN (1963)
Presentato dalla figlia Catherine, La vergine di cera (The Terror) fa parte della piccola retrospettiva dedicata a Roger Corman presente all’interno dell’edizione XL del festival de Il Cinema Ritrovato. Con un giovanissimo Francis Ford Coppola come assistente alla regia e un altrettanto debuttante Jack Nicholson nel ruolo del protagonista: un napoleonico che si innamora di una misteriosa donna che lo porterà nel castello del barone Von Lepp (Boris Karloff). Se Roger Corman fosse stato un regista del cinema muto, sarebbe rientrato nella categoria dei più grandi di sempre. Non solo per la capacità di creare immagini e far muovere i personaggi negli spazi, ma soprattutto per come il regista ha interpretato i gotici poeniani. La sensazione — mentre si osserva il film — è quella del sogno febbrile, di una realtà che sembra trasformarsi e di un uomo (Nicholson) catapultato all’interno di una dimensione alternativa. E nel suo cinema economico e fieramente artigianale la sensazione di straniamento viene ampliata dall’effetto pratico, dallo sciogliersi di un corpo in dissolvenza e dai castelli di cartone. Tutto questo anche in uno dei suoi gotici meno ispirati visivamente e narrativamente, che non riesce mai ad esplodere nella visionarietà che ha mostrato ad esempio ne Il pozzo e il pendolo, il suo miglior film tratto da Edgar Allan Poe.
Di Saverio Lunare
PHANTOM OF THE RUE MORGUE DI ROY DEL RUTH (1954)
Phantom of the Rue Morgue diretto da Roy Del Ruth è uno sgangherato gotico — tratto da un racconto di Edgar Allan Poe — che si trasforma presto in un eco-revenge sotto ipnosi, in cui l’assassino si serve di una bestia per poter portare a termine i suoi omicidi (le vittime sono tutte donne e di bell’aspetto). Con una messa in scena da grand guignol e con uno sfarzo circense — su tutti la sequenza del lancio dei coltelli — semplicemente al servizio del 3D (versione che è stata proiettata al festival de Il Cinema Ritrovato), il film di Roy Del Ruth (regista che è passato dal cinema muto al sonoro) è pieno di ingenuità narrative e di deduzioni folli, ma possiede il bizzarro fascino di un film che inizia con una sorta di Jack lo squartatore e finisce con King Kong. Prodotto dalla Warner Bros. nel periodo del successo degli horror in 3D, con colori accesi che riprendono il gotico cormaniano e con inquadrature cittadine — in una ricostruita Parigi — che abbondano di prospettive verticali per sfruttare la tridimensionalità e immergere lo spettatore in questa delirante pellicola.
Di Saverio Lunare
BOOGIE NIGHTS DI PAUL THOMAS ANDERSON (1997)
Il metacinema ai suoi massimi livelli: Boogie Nights non è solo un omaggio al ritmo di Scorsese e alle storie corali di Altman, e non è solo un film sull’industria pornografica. L’industria del porno anni '70 diviene metafora selvaggia delle ambizioni e delle ipocrisie di Hollywood.
Una Babilonia del godimento di chi filma e di chi guarda, il voyeurismo cinematografico ai sui massimi livelli. È la storia delle grandi ambizioni distrutte dai tempi che cambiano come i medium che li raccontano.
Anderson celebra la fine del cinema hollywoodiano più audace, sensuale e sregolato attraverso il passaggio al digitale che uccide sia le ambizioni artistiche dei protagonisti sia l'utopia della New Hollywood.
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Di Simona Rurale
22/06/2026