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IL CINEMA RITROVATO 2026 - GIORNO 6

SPECIALE

IL CINEMA RITROVATO 2026 - GIORNO 6: L'INCUBO GOTICO DI CORMAN, LA DECADENZA DEL CLASSICISMO IN VISCONTI E L'EPOPEA UMANA DI JAN TROELL

Nel sesto giorno del festival de Il Cinema Ritrovato 2026 siamo stati alla proiezioni mattutine al cinema Modernissimo di The House of Huser di Roger Corman e Morte a Venezia di Luchino Visconti. Per poi fiondarci in sala per la maratona di quasi 7 ore dell’epopea del regista svedese Jan Troell con The Emigrants e The New Land.

THE HOUSE OF HUSER DI ROGER CORMAN (1960)

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L’essenza del cinema di Roger Corman esplode, ancora una volta, in una sequenza che sarebbe stata perfetta per il cinema espressionista. Nel limbo gotico tra sogno e incubo, con colori accesi, ombre deformate, terrore espresso attraverso i volti. La meravigliosa fantasia visiva del regista viene supportata dal grande lavoro fatto da Richard Matheson nell’adattare il racconto di Edgar Allan Poe La caduta della casa degli Usher, trasmettendo l’incubo di una discendenza condannata attraverso il simbolo orrorifico della casa. Ed è incredibile come Vincent Price sia nato per questo, qualcosa che sembra trascendere l’interpretazione e il rapporto di un attore con il genere.
Di Saverio Lunare

MORTE A VENEZIA DI LUCHINO VISCONTI (1971)

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​Dopo esser stato definito “osceno e noioso” e aver rischiato di essere oscurato da Warner Bros, Morte a Venezia è diventato col tempo uno dei film più celebrati di Luchino Visconti, grazie alla sua intramontabile riflessione sul rapporto tra arte, bellezza e decadenza.
I dialoghi sono pochi ma profondamente significativi perché rivelano l’animo in contrasto di Gustav, musicista in declino poiché incapace di ritrovare il senso delle proprie creazioni artistiche. Le discussioni con i suoi colleghi sulla bellezza -- se possa essere esperita con i sensi o con lo spirito, se elevi l’artista conducendolo alla verità, alla saggezza e alla dignità umana -- sono portate avanti dal film stesso. La fotografia di Pasqualino De Santis espande lo sguardo contemplativo di Gustav, catturando Venezia in una cartolina dalle tinte pastello, arricchita dai volti e dagli sguardi dei personaggi, mentre la musica ne eleva le aspirazioni o ne sottolinea la sconfitta.
L’ossessione di Gustav per Tadzio, ripreso come una presenza eterea, non si traduce mai in una vera interazione, rappresentando il fallimento dell’artista, incapace di possedere o trattenere la bellezza. Allo stesso tempo, però, segna la sua rinascita umana: nonostante l’abbrutimento fisico e il decadimento graduale di una Venezia devastata dal colera, Gustav si aggrappa a una forma di bellezza che esiste al di fuori dell’arte, della morale e delle costruzioni intellettuali e che, proprio per questo motivo, attrae il nostro sguardo fino all’ultimo istante.
Di Roberta Bellia

THE EMIGRANTS DI JAN TROELL (1971)

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​L’odissea svedese — che inizia con The Emigrants e si conclude con The New Land — è semplicemente il racconto di cosa significa essere un essere umano. Dal vecchio al nuovo, con sogni e speranze, ma anche con morte e sangue. Ed è qualcosa di trasversale, che riguarda tutti i popoli e in ogni periodo della storia dell’umanità. La proiezione più significativa e che maggiormente ci ha segnato del festival.
Di Saverio Lunare

THE NEW LAND DI JAN TROELL (1972)

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​L’epopea di Jan Troell deve necessariamente passare dal western e dunque dalla costruzione della nazione che è stata al centro del Mondo. Che cosa significa essere un nuovo americano? A chi appartiene questa terra? Posso dimenticare da dove provengo e il viaggio che ho fatto? Dal racconto collettivo, si ritorna a quello intimo — rappresentato da Karl (Max Von Sydow) e Kristina (Liv Ullmann) — dal marco-cosmo si ritorna micro-cosmo; da chi sono in questa terra — combatto per lei, sono disposto a uccidere per lei --a chi mi è stato accanto per sempre. Un capolavoro.
Di Saverio Lunare
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26/06/2026

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