IL CINEMA RITROVATO 2025 - GIORNO 4: IL WOYCZEK IRANIANO, IL MOSAICO UMANO DI EDWARD YANG, LA SABBIA DELLO SPAZIO-TEMPO NELLA CLESSIDRA E LA NON DISTOPIA DI TERRY GILLIAM
Siamo arrivati al giro di boa del Festival. Il nostro quarto giorno è stato condito dalla visione di Potschi l’adattamento iraniano del Woycezk, il capolavoro di Edward Yang, il folle viaggio temporale di Has con il suo La Clessidra e il restauro in 4K di uno dei film più impattanti e influenti di sempre: Brazil di Terry Gilliam.
POSTCHI (1972) DI DARIUSH MEHRUJ
Se nel Woyczek europeo l'uomo è spinto dal trauma bellico, in quello iraniano è sin da subito soggiogato dalla sua impotenza sessuale, sociale ed economica. Postchi è uno straordinario adattamento del classico teatrale di Georg Büchner, trasposto cinematograficamente anche da Werner Herzog nel 1979.
Sette anni prima del grande regista tedesco, Dariush Mehrjui, recentemente assassinato dal regime, ha portato su schermo l'opera teatrale, mettendo al centro la condizione sociale del suo Paese, in contatto con il capitalismo e un appiattimento individuale sempre più disteso. È proprio l'emarginazione dell'individuo, che accompagna il protagonista all'atto violento culmine del testo. Qui lo fa in maniera quasi asettica, talmente impotente da non avere nemmeno il coraggio di essere attivo in un omicidio, ma è lui a farsi rincorrere nei boschi dalla sua vittima, in un ribaltamento gerarchico che scandisce l'intera pellicola.
Sette anni prima del grande regista tedesco, Dariush Mehrjui, recentemente assassinato dal regime, ha portato su schermo l'opera teatrale, mettendo al centro la condizione sociale del suo Paese, in contatto con il capitalismo e un appiattimento individuale sempre più disteso. È proprio l'emarginazione dell'individuo, che accompagna il protagonista all'atto violento culmine del testo. Qui lo fa in maniera quasi asettica, talmente impotente da non avere nemmeno il coraggio di essere attivo in un omicidio, ma è lui a farsi rincorrere nei boschi dalla sua vittima, in un ribaltamento gerarchico che scandisce l'intera pellicola.
YI YI (2000) DI EDWARD YANG
Un mosaico di vite per formarne una sola. L’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la vecchiaia: ogni essere umano compie la stessa danza all’interno della vita, ognuno col suo ritmo e le sue malinconie per andare a formare lo stesso intero. Questo grande mosaico solo la macchina da presa (o fotografica per Yang-Yang) può mostrarcelo nella sua interezza.
La realtà è svelata solo attraverso la sua rappresentazione. Edward Yang firma un capolavoro sulla totalità dell’esistenza, esaltando il cinema come unico mezzo per svelarne le più sottili e delicate sfumature. Il dramma è ripreso allo stesso modo della commedia perché tutti gli eventi messi sotto l’occhio imperscrutabile della macchina da presa sembrano coesistere in un unica sinfonia naturale: la morte come la nascita, un sorriso come una lacrima perché "le cose non sono così complicate come sembrano"
La realtà è svelata solo attraverso la sua rappresentazione. Edward Yang firma un capolavoro sulla totalità dell’esistenza, esaltando il cinema come unico mezzo per svelarne le più sottili e delicate sfumature. Il dramma è ripreso allo stesso modo della commedia perché tutti gli eventi messi sotto l’occhio imperscrutabile della macchina da presa sembrano coesistere in un unica sinfonia naturale: la morte come la nascita, un sorriso come una lacrima perché "le cose non sono così complicate come sembrano"
LA CLESSIDRA (1973) DI WOJCIECH HAS
Quando la clessidra viene ribaltata, la sabbia dello spazio-tempo si mescola e come in Aleksandr Sokurov, iniziamo a viaggiare nelle epoche, nonostante quel tempo non appartenga al protagonista, che si lamenta alla fine del viaggio di vivere il tempo consumato da altri.
Wojciech Has mette da parte la convenzione narrativa per mettere al centro il mezzo cinematografico. Il migliore per rappresentare la cristallizzazione del tempo e in cui poter fare rivivere i grandi personaggi della storia dell'umanità.
Wojciech Has mette da parte la convenzione narrativa per mettere al centro il mezzo cinematografico. Il migliore per rappresentare la cristallizzazione del tempo e in cui poter fare rivivere i grandi personaggi della storia dell'umanità.
BRAZIL (1985) DI TERRY GILLIAM
Che Terry Gilliam avesse capito tutto già nel 1985 non lo scopriamo oggi, ma ogni volta che Brazil viene visionato, si aggiunge un pezzetto al mosaico che il regista inglese aveva previsto (forse compreso è il termine più adatto). La versione restaurata del capolavoro del regista inglese ha esaltato il pubblico di Piazza Maggiore, così come la presentazione fatta in persona da Gilliam che ha confermato quanto Brazil non sia un film visionario, ma uno sul tempo in cui è stato girato e pensato. Solo che come spesso accade ai registi più brillanti, sono capaci di osservare il presente, capire dove si sta andando e rappresentarlo attraverso il cinema.
E in Brazil l’incombere della burocrazia orwelliana e la realtà grigia che si oppone ai sogni fatti di ali e donzelle da salvare (ma chi dorme troppo non si accorge di cosa sta accadendo nella realtà e fa la fine di Sam Lowry) è il mondo di oggi, ma era anche quello del 1984, solo che in pochi l’hanno capito. Per fortuna abbiamo Terry Gilliam.
E in Brazil l’incombere della burocrazia orwelliana e la realtà grigia che si oppone ai sogni fatti di ali e donzelle da salvare (ma chi dorme troppo non si accorge di cosa sta accadendo nella realtà e fa la fine di Sam Lowry) è il mondo di oggi, ma era anche quello del 1984, solo che in pochi l’hanno capito. Per fortuna abbiamo Terry Gilliam.
Di Saverio Lunare e Simona Rurale
25/06/2025