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IL DEMONIO DI BRUNELLO RONDI

SPECIALE

IL DEMONIO

Nella filmografia italiana è quasi un unicum, sicuramente lo era all’epoca, ma "Il demonio" di Brunello Rondi è facilmente rilegabile nelle pellicole “mai esistite”. Eppure è stato fonte d’ispirazione per cineasti ben più noti, che hanno spremuto l’opera del regista e ne hanno estratto materia su cui lavorarci. Perché, dunque, il film non è mai stato considerato quanto meriti? Almeno non in patria, dove è stato respinto dalla censura con accusa di offesa al buon costume. Cercheremo di capire e analizzare le motivazioni del perché il film si innesta nel panorama delle visioni fondamentali e delle ragioni di una tale campagna denigratoria che ha ricevuto.

​CONTESTO E ANALISI DELL’OPERA

​Nel 1963 il cinema neorealista è ormai scomparso. Mario Bava ha diretto un film fondamentale che aprirà le porte all’ondata di cinema horror made in Italy: “La maschera del demonio.” Il demonio prende una strada diversa sia dal neorealismo che dal cinema d’orrore puro, una strada che il critico e saggista Fabrizio Fogliato definisce come la terza via (mancata) del cinema italiano, l’unione tra il documentario e la fiction, un ibrido che riesce a raccontare l’ansia sociale di una comunità del Sud Italia, talmente arretrata da sembrare irrealista.
Purificazione, interpretata da un’ipnotica Daliah Lavi, non può sopportare che l’uomo che ama, Antonio (Frank Wolff), si sposi con un’altra donna ed inizia a comportarsi come se fosse posseduta dal demonio, in un villaggio lucano in cui le persone sembrano non appartenere al tempo. Il tempo, appunto, tema fondamentale del film che si apre con una voce narrante che ci tiene a sottolineare che la storia a cui assisteremo è ambientata ai giorni nostri, un 1963 che non esiste nel villaggio meridionale radicato nel passato, creando nello spettatore una sensazione di inesistenza del tempo. Molto più dei comportamenti di Purif ad inquietare sono i riti della gente: controllare se ci sono lacci o nodi alle porte della Chiesa prima di congiungersi in matrimonio, nascondere una falce sotto il letto e formare una croce con l’uva passa per scacciare gli spiriti maligni la prima notte di nozze, tutti riti che Rondi decide di riproporre interamente, facendo percepire ogni singolo gesto e parola.
Sussegue dunque una domanda fondamentale, Il demonio per Rondi chi è? Il popolo arretrato, di forte matrice maschilista che accetta di buon cuore atteggiamenti incestuosi e abusi sessuali o la giovane Purificazione, unico esemplare estraneo alla gente, che preferisce mangiare una mela con le gambe a penzoloni su un albero mentre intorno a lei i patriarchi cercano di scacciare la tempesta parlando con il cielo, in una sequenza tanto semplice ma efficace per far capire allo spettatore che Purif ha l’unica colpa di non appartenere a quel luogo.

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Cinque anni prima dei moti rivoluzionari del sessantotto, Brunello Rondi mette al centro del suo film l’eros femminile, che all’epoca rappresentava il peggior incubo della popolazione. Purificazione da sfogo alle proprie pulsioni sessuali, è una donna di forte componente erotica, ed è la consapevolezza del proprio corpo, la sua scelta di essere dominatrice sessuale e non dominata ad intimorire i paesani. Esemplari sono gli abusi che la giovane riceve, prima da un pastore che lega la ragazza e la stupra mentre si sentono le urla di Purif dissolversi nel buio, e successivamente lo stupro che la donna riceve da zì Giuseppe, maciaro ben visto dalla popolazione, che si rifà ad un presunto potere divino, dunque legittimato a compiere atti disdicevoli alle proprie vittime con lo scopo di esorcizzarle dal demonio. Fino alla sequenza conclusiva del film, in cui Antonio trafigge il corpo di Purif con una lama, simbolo della penetrazione sessuale e di una gerarchia che nella concezione dell’uomo viene rimessa in ordine. In queste tre sequenze è l’uomo che prende le redini del potere rispetto alla donna, ma per farlo deve compiere un atto di mono-consensualità perché la potenza erotica di Purificazione è troppo grande e spaventosa per il becero essere del villaggio.

“Io nascetti fra liuni e ursi, e la sirena mi cantai li versi, stongo a stu mundo come nun ci stessi, m’hanno messo a lu libro delli spersi”
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La voce fuori campo di Purificazione recita questi versi immediatamente prima della scritta “FINE” che sancisce la conclusione della pellicola. Versi che ancora una volta dimostrano come Purificazione non faccia parte di quel mondo, di quell’epoca, e come lei milioni di donne che hanno deciso di dire basta ad un retaggio che non le appartiene e per questo vengono “uccise” sia ideologicamente che, come nel caso di Purif, fisicamente.
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​LE INFLUENZE 

​Il film vanta l’apporto del più grande esperto di etnologia del Sud Italia: Ernesto De Martino, autore di un libro fondamentale sul tema: “Sud e Magia” pubblicato nel 1959, che sarà analizzato e preso come punto di riferimento anche per il futuro capolavoro diretto da Lucio Fulci: “Non si sevizia un paperino” (1972). Il film di Fulci ha molti punti in comune con l’opera di Rondi. Le due pellicole condividono un ambientazione fortemente legata al Meridione italiano. Accendura, il piccolo fittizio paesino lucano dove gli avvenimenti di “Non si sevizia un paperino” si svolgono non è assolutamente distante rispetto al luogo non definito, ma sempre in Basilicata, dove Rondi ambienta il suo racconto. Ma la somiglianza più impattante è senza dubbio nella caratterizzazione della maciara interpretata da Florinda Bolkan, che esattamente come Purificazione, avrà una fine tragica causata dalle ferite inferte dall’uomo sotto le note di “Quei giorni insieme a te” di Ornella Vanoni in una sequenza che è entrata di diritto nella storia della cinematografia mondiale. Ma, ennesima similitudine con “Il demonio”, nessuno sembra essersene accorto.
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Non solo il film di Fulci è debitore diretto dell’opera di Rondi, ma anche pellicole che hanno trovato il pieno consenso e approvazione critica da parte del pubblico e degli addetti ai lavori. L’esempio più lampante è “L’esorcista” (1973) diretto da William Friedkin, in particolare l’iconica camminata-ragno di Regan MacNeil (Linda Blair) estrapolata integralmente dall’interpretazione di Daliah Lavi durante la scena del tentato esorcismo in chiesa. Anche nell’horror psicologico “Possession” (1981) diretto dal regista polacco Andrzej Żuławski è possibile trovare fortissimi punti di contatto con “Il demonio”. L’interpretazione di Isabelle Adjani è debitrice di quella di Daliah Lavi e anche nell’opera di Żuławski la componente erotica è al centro del film, con l’uomo (Sam Neill) fortemente intimorito dalla forza sessuale della donna e dalla sua libera espressione.
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​IL RAPPORTO CON LA CENSURA 

Il sottosegretario di Stato al turismo e spettacolo Ruggero Lombardi decreta il mancato nulla-osta per la proiezione pubblica del film. Le motivazioni del veto da parte della Commissione sono da imputarsi a delle sequenze lesive al buon costume. Il 17 settembre 1963, l’amministratore unico della Vox film s.p.a. Federico Magnaghi, in concomitanza con il regista della pellicola Brunello Rondi chiedono di essere uditi dall’adunanza di secondo grado per la concessione del nulla-osta del film.
Il 25 settembre 1963, su conforme parere della commissione di revisione cinematografica il sottosegretario Lombardi concede il nulla-osta alla pellicola ponendo delle condizioni: il divieto di visione ai minori di 18 anni e il taglio di sei sequenze.

Il 23 giugno del 2009 l’avvocato Giuseppe Zonno, legale rappresentante della Rai Cinema S.P.A. invia una domanda di revisione, per una nuova edizione home video del film di Rondi, con lo scopo di eliminare il divieto di visione ai minori di 18 anni. Edizione a cui sono stati apportati due tagli rispetto alla versione originale: il primo taglio riguarda una riduzione della scena in cui il pastore usa violenza ai danni di Purif, con una durata di circa 37 secondi. Il secondo riguarda una riduzione della sequenza in cui la giovane ha una crisi notturna, con l’eliminazione della scena in cui si comprime con le mani le parti intime del corpo, taglio di circa 53 secondi, con un resoconto complessivo di 90 secondi tagliati. Il direttore amministrativo della Direzione Generale per il cinema Gianpiero Tulelli concede il nulla-osta in data: 8 ottobre 2009, ed elimina il divieto di visione per i minori di anni 18.
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Quest’anno “Il demonio” compie sessantun anni. Sei decadi composte da lotta con la censura e da apparente inesistenza cinematografica per una pellicola che ha avuto l’unica colpa di aver anticipato troppo i tempi. Esattamente come Purificazione, anche “Il demonio” non faceva parte della sua epoca, il pubblico non era pronto ad uno shock così prepotente, non aveva mai assistito ad un ibridazione tra neorealismo e orrore, e di sicuro non era pronto ad accettare il tema politico del film di Rondi. Ma nel 2024 la società si è sviluppata ed il cinema con essa, la donna è al centro del tema più attuale della cinematografia mondiale ed il cinema non può prescindere dalle figure femminili.
Dopo oltre  sessant’anni, è finalmente arrivato il momento di ringraziare “Il demonio”

Di Saverio Lunare

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