IL DIAVOLO VESTE PRADA 2 - LA CRISI DELL'EDITORIA E DELLE COMMEDIE AMERICANE
Il diavolo veste Prada è tornato in auge, anche grazie ai social network, all’aura culture, e a una cinica nostalgia del cinema industriale che non doveva badare al politically correct (qualsiasi significato si voglia associare al termine). Il film del 2006 diretto da David Frankel aveva l’indiscusso merito di essere in stretto contatto con l’alta moda, di raccontarla attraverso un coming of age con protagonista una giovane giornalista dai forti ideali che deve confrontarsi con un mondo all’apparenza superficiale e per gente annoiata, scoprendo — attraverso la rivista Runway, la sua direttrice Miranda Priestly e monologhi su maglioncini color ceruleo — che le cose sono più complesse e impattanti di quanto creda.
Vent’anni dopo i tempi sono maturi — e soprattutto fruttuosi — per un sequel, ma le cose sono cambiate. L’editoria non se la passa bene, il giornalismo deve tener conto di algoritmi, click e views, il cartaceo è ai minimi storici e le gogne mediatiche sono più frequenti che mai. Lo sanno Aline Brosh McKenna alla sceneggiatura e David Frankel alla regia che decidono di impostare Il diavolo veste Prada 2 sulla crisi editoriale o almeno, provano a farlo.
La Andy Sachs di Anne Hathaway torna nella redazione di Runway dopo essere stata licenziata da un’importante rivista d’inchiesta a causa dei pesanti tagli attuati nella redazione. A Runway viene assunta dai vertici per risollevare la rivista da un caso diplomatico. La direttrice è sempre Miranda Priestly (Meryl Streep), ma il suo adattamento ai nuovi comportamenti e alle nuove tendenze non è tutto rose e fiori.
Vent’anni dopo i tempi sono maturi — e soprattutto fruttuosi — per un sequel, ma le cose sono cambiate. L’editoria non se la passa bene, il giornalismo deve tener conto di algoritmi, click e views, il cartaceo è ai minimi storici e le gogne mediatiche sono più frequenti che mai. Lo sanno Aline Brosh McKenna alla sceneggiatura e David Frankel alla regia che decidono di impostare Il diavolo veste Prada 2 sulla crisi editoriale o almeno, provano a farlo.
La Andy Sachs di Anne Hathaway torna nella redazione di Runway dopo essere stata licenziata da un’importante rivista d’inchiesta a causa dei pesanti tagli attuati nella redazione. A Runway viene assunta dai vertici per risollevare la rivista da un caso diplomatico. La direttrice è sempre Miranda Priestly (Meryl Streep), ma il suo adattamento ai nuovi comportamenti e alle nuove tendenze non è tutto rose e fiori.
I cambiamenti tra presente e passato presenti nel film — con cappotti che non possono essere più gettati addosso alle stagiste e non si può più fare facile ironia sulle taglie 42 — sembrano voler cavalcare quel sentimento nostalgico presente all’interno del revival del franchise; spingendo il pedale sulla volontà di non adeguarsi alle mode della contemporaneità e sottolineando quanto si stava meglio nel 2006.
Sicuramente se la passava meglio l’editoria, con stipendi più corposi, tutele maggiori e un valore socio-culturale più impattante di quello attuale, ma all’interno del percorso che compie Andy Sachs in questo secondo capitolo non si comprende mai realmente questa altalena interna a Runway. Si passa dalla fine di tutto e dalla mancanza di un’etica giornalistica a discapito della visibilità, allo scoop remunerativo e che forse può far risorgere la redazione, senza un reale sviluppo. Quando il “caso Runway” si trasforma in un continuo sotterfugio per ingannare l’altro e per poter salvare la situazione — come se l’editoria fosse salvabile semplicemente incontrando una mecenate dalle good vibes — il film perde quel poco mordente che aveva nella prima parte, incartandosi in un montaggio a tratti indigeribile, soprattutto all’ennesimo raccordo con ripresa aerea su New York o su Milano.
Non è più la moda il centro de Il diavolo veste Prada, mai presente nel secondo capitolo, mai teorizzata, divenuta un semplice ingrediente marginale e contestuale, che non viene nemmeno innalzata dalla messa in scena e dalla regia di Frankel. E questa volta non basta nemmeno la classica parata di star per fingersi cool e glamour.
Sicuramente se la passava meglio l’editoria, con stipendi più corposi, tutele maggiori e un valore socio-culturale più impattante di quello attuale, ma all’interno del percorso che compie Andy Sachs in questo secondo capitolo non si comprende mai realmente questa altalena interna a Runway. Si passa dalla fine di tutto e dalla mancanza di un’etica giornalistica a discapito della visibilità, allo scoop remunerativo e che forse può far risorgere la redazione, senza un reale sviluppo. Quando il “caso Runway” si trasforma in un continuo sotterfugio per ingannare l’altro e per poter salvare la situazione — come se l’editoria fosse salvabile semplicemente incontrando una mecenate dalle good vibes — il film perde quel poco mordente che aveva nella prima parte, incartandosi in un montaggio a tratti indigeribile, soprattutto all’ennesimo raccordo con ripresa aerea su New York o su Milano.
Non è più la moda il centro de Il diavolo veste Prada, mai presente nel secondo capitolo, mai teorizzata, divenuta un semplice ingrediente marginale e contestuale, che non viene nemmeno innalzata dalla messa in scena e dalla regia di Frankel. E questa volta non basta nemmeno la classica parata di star per fingersi cool e glamour.
Di Saverio Lunare
30/04/2026