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IL FILO DEL RICATTO - DEAD MAN'S WIRE

RECENSIONE

IL FILO DEL RICATTO - DEAD MAN'S WIRE: GUS VAN SANT E IL CINEMA DELLE ICONE

​Sette anni dopo è tornato Gus Van Sant. Il regista era fermo dai tempi di Don’t Worry (2018), il film con Joaquin Phoenix su un ex alcolizzato che ha deciso di cambiare vita dopo un grave incidente, dedicandosi all’arte del fumetto. Il suo ritorno è avvenuto all’ultima edizione del Festival del cinema di Venezia, presentando fuori concorso Il filo del ricatto - Dead Man’s Wire, nelle sale italiane dal 19 febbraio.

E non sembra essere un caso che Gus Van Sant sia tornato con un film sulle icone americane, su cosa esse significano per il mondo — mediatico e non — e come descrivano gli Stati Uniti della contemporaneità.

Perché se è vero che il caso messo in scena dal regista risalga alla seconda metà degli anni ‘70, Tony Kiritsis (Bill Skarsgård) racconta l’oggi, attraverso il nostro rapporto con i media, con la giustizia, con le classi sociali e con un’immobilità che sta sempre più separando l’élite dal resto del mondo, i ricchi dai poveri.

8 febbraio 1977, è mattina quando Tony Kiritsis entra nell’ufficio di M. L. Hall (Al Pacino), prende in ostaggio suo figlio Richard (Dacre Montgomery) e gli lega un cappio al collo, che se mosso in modo brusco aziona un fucile a canne mozze puntato costantemente verso la testa dell’uomo. Tony reclama delle scuse ufficiali da parte di Hall, presidente della Meridian Mortgage Co., accusando la compagnia di averlo truffato attraverso un mutuo di 100 mila dollari.
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I​mpossibile non pensare a una delle “icone” più controverse e che maggiormente ha segnato l’opinione mediatica degli ultimi anni: Luigi Mangione. Quando l’uomo di origini italiane ha assassinato Brian Thompson, il CEO dell’UnitedHealthcare, colosso delle case farmaceutiche, il mondo si è diviso in due: tra chi sosteneva ideologicamente il gesto del killer, trasformando l’uomo in una vera e propria icona di giustizia; e chi ha rigettato le presunte intenzioni sociali dell’assassino, definendolo un normale omicida da condannare.

A Gus Van Sant, e allo sceneggiatore Austin Kolodney, non interessa patteggiare per una fazione o per l’altra, quanto raccontare la nascita del sentimento comunitario nei confronti di un singolo individuo che ha deciso di compiere un atto illegale, che ha intrapreso una propria idea di giustizia, laddove quella vera non è riuscita a dargli risposte.

Fondamentale nel film il ruolo dei media, così come lo sono stati i nuovi mezzi di comunicazione nel caso Mangione. Nel 1977, i social della contemporaneità erano la radio e la televisione, rappresentati da Fred Temple (Colman Domingo) e Linda Page (Myha’la), rispettivamente conduttore di successo di un programma radio e giovane inviata per il telegiornale locale. Sono loro a filtrare il rapporto evento-pubblico, attraverso una grossa responsabilità etica del proprio mestiere e della narrazione svolta.
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​Ancora una volta al centro del cinema di uno dei registi più importanti del cinema indipendente statunitense, è presente la costruzione di un’icona, di un individuo che rappresenta e racconta qualcosa del proprio Stato.
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Che sia attraverso una strage scolastica, il suicidio di una star del grunge, la biografia di un’attivista per i diritti civili, il travagliato genio di un ragazzo sbandato, la brama di successo di una donna arrivista, la paranoia sociale e i sensi di colpa di un giovane skater, l’incontro tra due gigolò in viaggio verso l’Idaho, le turbolente gesta di un tossicodipendente rapinatore di farmacie o quelle di un uomo che cerca di farsi giustizia da solo per rivendicare la propria ragione; è sempre il racconto della disillusione made in USA e della fine della speranza del mondo occidentale.
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Di Saverio Lunare
19/02/2026

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