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IL MAGO DEL CREMLINO

RECENSIONE

IL MAGO DEL CREMLINO - OLIVIER ASSAYAS E IL SUO ACCOMODANTE FILM SUL POTERE - SPECIALE VENEZIA 82

​Tra i film in concorso all’82a edizione del Festival del cinema di Venezia, quello di Olivier Assayas era tra i più attesi. Non soltanto per lo scivoloso tema — l’ascesa al potere di Vladimir Putin vissuta attraverso lo sguardo e il racconto di quello che è stato il suo spin doctor Vladislav Surkov - filtrato dalla finzione del romanzo di Giuliano da Empoli (il nome di Surkov diventa Vadim Baranov e gli eventi non rappresentano la realtà storica), ma anche per lo status dei creativi che hanno lavorato alla pellicola. Assayas — oltre che regista — è anche co-sceneggiatore della trasposizione insieme a un altro grande autore: Emmanuel Carrère.

Le grandi aspettative devono presto fare i conti con una pellicola accomodante, in cui a regnare è la freddezza di una messa in scena mai davvero ispirata e di un racconto che si adegua alle convenzioni hollywoodiane. Per evidenziare come la Russia del film non sia quella della realtà — ma appartenente a un mondo a sé filtrato dalla finzione artistica — si opta per un cast prevalentemente made in USA. A interpretare Baranov è Paul Dano, raramente così robotico e poco sfumato nel mettere in scena un ruolo, per Putin si è scelto Jude Law, per la donna — prima oggetto di contesa e successivamente compagna dello spin doctor — Alicia Vikander, e a interpretare colui che scriverà il romanzo tratto dalle memorie di Baranov è Jeffrey Wright.
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Il mago del Cremlino, attraverso Baranov, cerca di raccontare la Russia nel corso del tempo (dall’inizio degli anni Novanta fino ai giorni d’oggi) e di come il potere non esista senza comunicazione. È proprio questa la cosa migliore del film, il ruolo che ha la comunicazione nella creazione di un autoritarismo. Non a caso gli inizi della carriera di Baranov sono in televisione, progettando reality show potenzialmente di successo.
Ma la messa in scena di Assayas, solitamente eccezionale autore e regista, non va oltre al gelido e servizievole compito. Non riesce mai a esprimere attraverso idee visive i ruoli di potere e le gerarchie, si limita a raccontarle e a delinearle attraverso la verbosità di una sceneggiatura troppo legata al testo.
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Dall’ex critico e regista di grandiose opere cinematografiche in cui le parole venivano messe da parte per raccontare attraverso le immagini — e la loro costruzione — l’intero film (Irma Vep, Personal Shopper, Demonlover…), ci si aspettava molto di più, molta più provocazione, anarchia stilistica e arguta teorizzazione di una delle figure che maggiormente stanno spostando gli equilibri geopolitici contemporanei.
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Di Saverio Lunare
31/08/2025

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