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IL PRIGIONIERO

RECENSIONE


​IL PRIGIONIERO - ALEJANDRO AMEN​ÁBAR E IL SUO PATINATO MIGUEL DE CERVANTES

​Tra i grandi maestri del cinema spagnolo, Alejandro Amenábar sta vivendo un periodo cinematograficamente complesso. Dopo aver vinto tutto in patria con Mare dentro (2004) — il suo ultimo grande film per accoglienza critica — ha avuto un importante ridimensionamento con le due pellicole successive Agorà (2009) e Regression (2015), entrambi in lingua inglese — come già il suo The Others (2001) — e mal accolti sia dal pubblico che dalla critica. Nel 2019 è tornato in Spagna con Lettere a Franco (uscito in Italia con tre anni di ritardo), realizzando un film senza particolari guizzi ma con la volontà di ragionare storicamente sul proprio Paese e di mettere in scena un racconto di resistenza artistica in un periodo dittatoriale. Con Il prigioniero -- il suo nuovo film co-prodotto da Rai Cinema — Alejandro Amenábar continua a indagare figure artistiche all’interno di contesti limitanti.

Miguel de Cervantes (Julio Peña) prima di diventare uno degli scrittori più letti della storia dell’umanità, è stato una giovane recluta che ha combattuto la battaglia di Lepanto, in cui è stato gravemente ferito a un braccio. Dopo la battaglia, il giovane Miguel viene catturato dagli Ottomani e deportato ad Algeri. Tenuto in ostaggio presso la corte di Hasán Bajá (Alessandro Borghi), detto il veneziano, Miguel scoprirà il suo talento nel raccontare storie e attraverso di esse ammaliare lo stesso Bajá.

Narrativamente il film ha degli spunti affascinanti. La scrittura di Amenábar si concentra su come il talento di Cervantes nasca in un contesto estremamente complesso: la prigionia. La sua capacità di raccontare storie allevia prima i suoi compagni prigionieri e successivamente diventerà arma per assicurarsi le grazie del Bajá. Un altro intrigante elemento è il rapporto tra il mondo arabo — descritto come sessualmente libertino e in cui forse Cervantes si sente più a suo agio — e quello cristiano: opprimente, moralizzante e che si fonda sulla colpevolizzazione.
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​È presente anche un divertente fan service “don chisciottiano”. Il romanzo più famoso di Cervantes viene costruito attraverso tanti piccoli ingredienti che hanno ispirato lo scrittore e che vengono inseriti da Amenábar senza troppo didascalismo. I due redentori che confessano i prigionieri cristiani nella corte di Bajá sono fisionomicamente identici ai personaggi protagonisti del Don Chisciotte: uno basso e corpulento, l’altro più longilineo, con una folta barba bianca.

Se alcuni aspetti narrativi ci convincono, non si può dire lo stesso per la messa in scena e soprattutto per l’adeguamento di Amenábar a stilemi visivi di tanto cinema in costume che abbiamo visto realizzare nel nostro Paese (e non sembra essere un caso che ci sia proprio Rai Cinema in co-produzione). L’assenza di polvere e la mancanza di sporcizia è inaccettabile in un film che ha anche dei presupposti avventurosi.

Esemplificativa di questa fastidiosa patinatura visiva è la sequenza in cui Miguel — insieme ad altri prigionieri — tenta la fuga e si rifugia per molte settimane dentro una grotta in attesa dell’imbarcazione che dovrebbe portare il gruppo fuori da Algeri. Il viso e il corpo di Miguel sembra non subire alcun cambiamento, la perfezione della pelle liscia di Julio Peña — inadeguato per il ruolo e infatti viene sovrastato dal nostro Alessandro Borghi — aumenta la sensazione di posticcio e esibito artificio, poco convincente. Ed è un peccato conoscendo le capacità registiche e di messa in scena di Alejandro Amenábar, del suo talento che — dopo il suo più grande successo — sembra aver subito un importante ridimensionamento, a causa anche di direzioni produttive poco a fuoco.
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Di Saverio Lunare
16/06/2026

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