IL SEME DEL FICO SACRO - TRA PISTOLE E MACERIE: QUANDO LA RIVOLUZIONE ENTRA DENTRO LE MURA DOMESTICHE
Il formato verticale tipico dei moderni social network non era mai stato utilizzato in questo modo. Mohammad Rasoulof mette in scena l’incontrollabilità del mezzo, contrapposta ad altri media informativi costantemente sotto controllo, dalla televisione alla radio, evidenziando come le nuove generazioni attraverso i tanto bistrattati social possono sapere cosa sta accadendo nelle loro strade, farne parte, comunicare di nascosto da chi cerca di reprimere pensieri contrastanti a quello univoco e prendere coscienza del proprio ruolo all’interno del Paese. Soltanto così la rivoluzione dall’esterno può restringersi sempre di più, entrando piano piano nella vita quotidiana e all’interno di un nucleo familiare circoscritto dalle mura domestiche.
In Il seme del fico sacro, il grande regista iraniano ambienta il racconto durante i moti rivoluzionari avvenuti dopo l’uccisione da parte della polizia religiosa di Mahsa Amini, giovane ragazza accusata di star indossando in modo scorretto l’hijab. Per raccontare come le giovani generazioni iraniane stiano cercando di cambiare le cose, Rasoulof si concentra su un nucleo familiare, quello composto da: Iman (Misagh Zare), il patriarca che svolge il lavoro di giudice investigativo, Najmeh (Soheila Golestani), madre e devota moglie; e dalle due figlie adolescenti, la maggiore Rezvan (Mahsa Rostami) e la più piccola Sana (Setareh Maleki), le due ragazze instaurano rapporti con la vita universitaria e ciò che gli sta accadendo intorno non passerà più inosservato, fino ad un atto da parte di una delle due che che manderà in crisi Iman portandolo ad agire come agisce l’istituzione del suo Paese.
È grandissimo cinema quello di Rasoulof, come già dimostrato nello splendido Il male non esiste (2020) nella quale il regista si concentrava sul dubbio morale di chi doveva occuparsi di uccidere chi veniva messo nel braccio della morte. Anche Il seme del fico sacro si apre con un dubbio morale: quello della responsabilità da parte di Iman di firmare la condanna a morte di una persona di cui non aveva nemmeno letto per intero il fascicolo, soltanto perché altrimenti il suo posto di lavoro e la sua agiatezza sarebbe messa a repentaglio.
In Il seme del fico sacro, il grande regista iraniano ambienta il racconto durante i moti rivoluzionari avvenuti dopo l’uccisione da parte della polizia religiosa di Mahsa Amini, giovane ragazza accusata di star indossando in modo scorretto l’hijab. Per raccontare come le giovani generazioni iraniane stiano cercando di cambiare le cose, Rasoulof si concentra su un nucleo familiare, quello composto da: Iman (Misagh Zare), il patriarca che svolge il lavoro di giudice investigativo, Najmeh (Soheila Golestani), madre e devota moglie; e dalle due figlie adolescenti, la maggiore Rezvan (Mahsa Rostami) e la più piccola Sana (Setareh Maleki), le due ragazze instaurano rapporti con la vita universitaria e ciò che gli sta accadendo intorno non passerà più inosservato, fino ad un atto da parte di una delle due che che manderà in crisi Iman portandolo ad agire come agisce l’istituzione del suo Paese.
È grandissimo cinema quello di Rasoulof, come già dimostrato nello splendido Il male non esiste (2020) nella quale il regista si concentrava sul dubbio morale di chi doveva occuparsi di uccidere chi veniva messo nel braccio della morte. Anche Il seme del fico sacro si apre con un dubbio morale: quello della responsabilità da parte di Iman di firmare la condanna a morte di una persona di cui non aveva nemmeno letto per intero il fascicolo, soltanto perché altrimenti il suo posto di lavoro e la sua agiatezza sarebbe messa a repentaglio.
Iman è l’Iran, si comporta esattamente come il suo Paese quando verrà messo in discussione dalle donne della sua vita, da chi, grazie ad un rinnovato modo di informarsi, ad una voglia di condividere con il mondo la propria legittimità esistenziale che va oltre quella regolamentata da un regime. Ed è così che i moti rivoluzionari dall’esterno passeranno all’interno, dalla grande portata urbana della prima parte si trasformeranno in quella del piccolo nucleo domestico, laddove il vecchio retaggio, la vecchia Iran, va seppellita sotto le macerie di un Paese morto, inesistente. Per realizzare questo restringimento Rasoulof decide di utilizzare un espediente tipico del grande cinema iraniano (da Farhadi a Panahi, arrivando al grande maestro Abbas Kiarostami): quello della situazione, di un McGuffin che metterà in moto in maniera quasi inconsapevole la narrazione reale della pellicola. Quando nella prima scena del film vediamo dei proiettili e una pistola già sappiamo che saranno una fondamentale componente della narrazione del film, anche se per gran parte della durata della pellicola quei proiettili e quella pistola vengono lasciati lì, apparentemente estromessi dagli avvenimenti
Un grandioso film realizzato da un regista che ha percepito sulla pelle cosa significhi l’opposizione e che riesce non soltanto a creare una grande opera dalla forte connotazione politica in chiave anti-regime, ma anche un film dalla straordinaria forza cinematografica: dalla messa in scena alla recitazione, dalla regia alla narrazione cechoviana del racconto, Il seme del fico sacro non è uno grande film per ciò che dice, ma soprattutto per come lo dice.
Di Saverio Lunare
Un grandioso film realizzato da un regista che ha percepito sulla pelle cosa significhi l’opposizione e che riesce non soltanto a creare una grande opera dalla forte connotazione politica in chiave anti-regime, ma anche un film dalla straordinaria forza cinematografica: dalla messa in scena alla recitazione, dalla regia alla narrazione cechoviana del racconto, Il seme del fico sacro non è uno grande film per ciò che dice, ma soprattutto per come lo dice.
Di Saverio Lunare