IL SUONO DI UNA CADUTA - I FANTASMI MALINCONICI DELLE GENERAZIONI PASSATE
Ogni film possiede un proprio sguardo; ogni storia è guidata da un narratore a cui affidarsi, un filtro attraverso il quale lo spettatore osserva l’evolversi degli eventi. In Il suono di una caduta, diretto da Mascha Schilinski e presentato al 78º Festival di Cannes, la prospettiva sbiadita e fantasmatica di ciò che vediamo e ascoltiamo diventa la bussola necessaria per orientarsi nel labirintico ritratto di quattro generazioni.
Quattro ragazze, quattro periodi storici, una fattoria nell'Altmark: la piccola Alma nei primi anni del Novecento, testimone silenziosa e curiosa degli atroci espedienti che la famiglia usa su un giovane parente per non farlo partire per la Grande Guerra; la sua discendente Erika, che nel secondo dopoguerra si prende cura dello stesso uomo; Angelika negli anni ‘80, alle prese con la scoperta della sua sessualità e gli abusi dello zio; e infine i giorni nostri con Lenka, legata da un’amicizia simbiotica a una ragazza che ha appena perso la madre.
«Quando si ripete la stessa parola tante volte di seguito, il significante si distacca dal significato», ci confida la piccola Alma. Come lei, anche le altre protagoniste si aprono allo spettatore come se la pellicola fosse il loro diario segreto: un luogo in cui, simultaneamente e da diversi punti della Storia, le voci dei fantasmi si intrecciano in una segmentazione — e al contempo una condensazione — di esistenze. Proprio come le parole a cui fa riferimento Alma, queste vite si ripetono lungo la linea del tempo, ancora e ancora fino a perdere consistenza, in un loop di destini che in fondo sono lo stesso, accomunati dalla medesima malinconia e alienazione mortifera.
Quattro ragazze, quattro periodi storici, una fattoria nell'Altmark: la piccola Alma nei primi anni del Novecento, testimone silenziosa e curiosa degli atroci espedienti che la famiglia usa su un giovane parente per non farlo partire per la Grande Guerra; la sua discendente Erika, che nel secondo dopoguerra si prende cura dello stesso uomo; Angelika negli anni ‘80, alle prese con la scoperta della sua sessualità e gli abusi dello zio; e infine i giorni nostri con Lenka, legata da un’amicizia simbiotica a una ragazza che ha appena perso la madre.
«Quando si ripete la stessa parola tante volte di seguito, il significante si distacca dal significato», ci confida la piccola Alma. Come lei, anche le altre protagoniste si aprono allo spettatore come se la pellicola fosse il loro diario segreto: un luogo in cui, simultaneamente e da diversi punti della Storia, le voci dei fantasmi si intrecciano in una segmentazione — e al contempo una condensazione — di esistenze. Proprio come le parole a cui fa riferimento Alma, queste vite si ripetono lungo la linea del tempo, ancora e ancora fino a perdere consistenza, in un loop di destini che in fondo sono lo stesso, accomunati dalla medesima malinconia e alienazione mortifera.
Il tempo è frammentato tanto quanto lo spazio del racconto: che si tratti del conflitto della Grande Guerra, della Seconda Guerra Mondiale, o della divisione del Muro, il concetto di frammentazione e di scissione dell’io — come individuo, ma anche come Nazione — riecheggia costantemente nel sottotesto.
Schilinski risolve questa frattura attraverso una totale coesione delle vite delle protagoniste, le quali si osservano e si spiano l'un l'altra, cercando di ritrovare sé stesse nello specchio delle altre. Osservare, guardare, spiare attraverso buchi della serratura, tra scorci stretti o spighe di grano, è una riappropriazione del potere dello sguardo del femminile; Il punto di vista di questi fantasmi deve ovviamente sprigionarsi grazie alla macchina da presa della Schilinski: che fluttua priva di gravità tra i corridoi della casa, talvolta è impossibile mettere a fuoco situazioni, volti o oggetti, la grana si fa spessa, i corpi si abbandonano alla gravità cadendo, e le anime dei morti si sollevano in volo. E forse il suono di una caduta è solo un rumore di fondo, un rumore bianco silenzioso, perché l’impatto di una singola vita è insignificante alla Storia.
Dramma storico, d’amore di morte, opera gotica, d’orrore alla luce del sole, storie di case infestate: etichettiamolo come vogliamo ma ciò che conta davvero è l’audacia di una regista che, alla sua seconda opera, firma un film così stratificato da risultare difficilmente relegabile a un singolo genere e — respingente o meno — qualcosa che non abbiamo mai visto prima.
Schilinski risolve questa frattura attraverso una totale coesione delle vite delle protagoniste, le quali si osservano e si spiano l'un l'altra, cercando di ritrovare sé stesse nello specchio delle altre. Osservare, guardare, spiare attraverso buchi della serratura, tra scorci stretti o spighe di grano, è una riappropriazione del potere dello sguardo del femminile; Il punto di vista di questi fantasmi deve ovviamente sprigionarsi grazie alla macchina da presa della Schilinski: che fluttua priva di gravità tra i corridoi della casa, talvolta è impossibile mettere a fuoco situazioni, volti o oggetti, la grana si fa spessa, i corpi si abbandonano alla gravità cadendo, e le anime dei morti si sollevano in volo. E forse il suono di una caduta è solo un rumore di fondo, un rumore bianco silenzioso, perché l’impatto di una singola vita è insignificante alla Storia.
Dramma storico, d’amore di morte, opera gotica, d’orrore alla luce del sole, storie di case infestate: etichettiamolo come vogliamo ma ciò che conta davvero è l’audacia di una regista che, alla sua seconda opera, firma un film così stratificato da risultare difficilmente relegabile a un singolo genere e — respingente o meno — qualcosa che non abbiamo mai visto prima.
Di Simona Rurale
27/02/2026