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ITACA IL RITORNO

RECENSIONE

ITACA IL RITORNO -
​L'ANTI-EPICIT​À A TUTTI I COSTI

Le intenzioni di Uberto Pasolini sono da subito evidenti, non concentrarsi sull’Odissea come racconto epico ma renderlo una parabola del ritorno a casa di un reduce di guerra. Per questo l’Ulisse di Ralph Fiennes è privo di qualsiasi forza spirituale, così come il suo nucleo familiare abbandonato, composto da Penelope (Juliette Binoche) e il figlio Telemaco (Charlie Plummer); e i proci di Itaca convinti di essere destinati a sposare Penelope e guidare il regno dopo la scomparsa di Ulisse.

Ma l’approccio iperrealista al poema omerico è, effettivamente, il modo più affascinante per raccontare questa parabola attualizzata a qualsiasi conflitto novecentesco? Itaca il ritorno soffre di una forzata anti-epicità, di una mancanza di forza creativa nelle immagini, troppo facilmente leggibili e poco stratificate. L’obiettivo di Pasolini di concentrarsi sulla psicologia dei personaggi omerici e di tratteggiare i loro sentimenti attraverso il minimale utilizzo degli sguardi degli attori (sempre impeccabili Fiennes e Binoche) non basta, perché le reali ossessioni dell’abbandono (soprattutto carnale) non vengono mai realmente messe in scena. Non è sufficiente mostrare Penelope che disfa e tesse la tela, così come non basta sotto intendere un desiderio passionale semplicemente facendola osservare corpi che si uniscono in penombra.

La domanda da farsi è, dunque, se l’Odissea si presti ad essere il contesto ideale per ciò che interessa a Pasolini o se la modernizzazione priva di epicità sarebbe stata più intrigante in un altro contesto, magari più attuale e legato ai sentimenti e alle sensazioni della società odierna. Probabilmente invece che piegare l’Odissea alla modernità sarebbe stato più centrato trasportare il racconto omerico ad essa, come già fatto in operazioni cinematografiche ben riuscite come lo splendido Fratello, dove sei? (2000) dei fratelli Coen.
Picture
Una lavorazione, quella di Itaca il ritorno, che è stata travagliata nel corso degli anni, in cui la sceneggiatura scritta da Uberto Pasolini già oltre trent’anni fa, è passata da mani di registi differenti (da Peter Weir a Neil Jordan) dato che Pasolini nasce come produttore e si è approcciato alla regia cinematografica relativamente di recente con le sue due opere di maggiore successo (soprattutto critico): Stlll Life (2013) e Nowhere Special (2020).

Un’operazione che può interessare quella di Pasolini, se si è pronti a scendere a patti con la mancanza di fantasia visiva in un racconto epico, e se si privilegia un approccio iperrealista là dove l’iperrealismo non è necessario, così come dimostrato non soltanto dal più recente grande racconto epico di Nicolas Winding Refn: Valhalla Rising (2009) ma anche dall’eccezionale approccio al pemplum di un genio del cinema come Mario Bava in cui la fantasia era al centro di tutto. Uberto Pasolini ha altre intenzioni che, trasportate in questo modo, non sembrano essere realmente stimolanti.

​Di Saverio Lunare

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