JULIE HA UN SEGRETO - IL FILM IMPEGANTO CHE CONTINUA A RICORDARCELO
Quando si gioca di sottrazione per cercare di mettere in scena un film a tema sociale, dove l’unica cosa che conta è portare a termine il discorso “impegnato” alla base della pellicola, si rischia di scivolare facilmente nell’ambiguo campo dell’artificio autoriale a tutti i costi. Julie ha un segreto, l’esordio di Leonardo Van Dijl sprofonda proprio in quel mondo, in cui la sensazione restituita allo spettatore è quella di una pellicola che cerca in tutti i modi di dimostrarsi alta e profonda, che tratta un tema dalla grande attualità - i rapporti di poteri abusanti - e che non fa altro che ricordare quanto è socialmente impegnato, senza andare oltre, senza quella naturalezza necessaria quando si fanno film sociali.
Julie (Tessa Van den Broeck) è una giovane promessa del tennis. Quando il suo circolo viene colpito da uno scandalo che riguarda il coach dopo il suicidio di una ex giocatrice, la ragazza deve fare i conti con le alte aspettative sul suo futuro e con il proseguo delle indagini che cercano di scavare nel passato del suo allenatore e del loro rapporto.
L’idea di Leonardo Van Dijl è quella di isolare il mondo esterno, Julie è sempre in scena e la macchina da presa (perennemente statica) è incollata al suo corpo. Questa scelta stilistica si pone l’obiettivo di centralizzare i sentimenti contrastanti che sta vivendo la giovane tennista; esemplificativa in questa direzione la sequenza in cui Julie si rannicchia su se stessa in posizione fetale dopo aver concluso una serie di flessioni, associando la durezza del suo percorso fisico alla fragilità mentale che una giovane sportiva deve vivere in quelle condizioni. Ciò che non funziona nel gioco di sottrazione attuato da Van Dijl è il voler scarnificare anche le relazioni e i rapporti, scelta che nuoce alla narrazione del film soprattutto quando il rapporto con il reale co-protagonista della, il nuovo coach interpretato da Pierre Gervais, non viene ben delineato. Il loro rapporto dovrebbe funzionare da reale punto di svolta dei sentimenti della giovane e della sua presa di coscienza di ciò che è stato, è grazie al trattamento del nuovo coach che Julie comprende le differenze tra un rapporto performativo e uno abusante, ma questo è soltanto vagamente suggerito, per poi venir abbandonato nel continuo gioco al ribasso svolto da Van Dijl, che sembra accontentarsi di portare a casa il risultato con il minimo sforzo.
Julie (Tessa Van den Broeck) è una giovane promessa del tennis. Quando il suo circolo viene colpito da uno scandalo che riguarda il coach dopo il suicidio di una ex giocatrice, la ragazza deve fare i conti con le alte aspettative sul suo futuro e con il proseguo delle indagini che cercano di scavare nel passato del suo allenatore e del loro rapporto.
L’idea di Leonardo Van Dijl è quella di isolare il mondo esterno, Julie è sempre in scena e la macchina da presa (perennemente statica) è incollata al suo corpo. Questa scelta stilistica si pone l’obiettivo di centralizzare i sentimenti contrastanti che sta vivendo la giovane tennista; esemplificativa in questa direzione la sequenza in cui Julie si rannicchia su se stessa in posizione fetale dopo aver concluso una serie di flessioni, associando la durezza del suo percorso fisico alla fragilità mentale che una giovane sportiva deve vivere in quelle condizioni. Ciò che non funziona nel gioco di sottrazione attuato da Van Dijl è il voler scarnificare anche le relazioni e i rapporti, scelta che nuoce alla narrazione del film soprattutto quando il rapporto con il reale co-protagonista della, il nuovo coach interpretato da Pierre Gervais, non viene ben delineato. Il loro rapporto dovrebbe funzionare da reale punto di svolta dei sentimenti della giovane e della sua presa di coscienza di ciò che è stato, è grazie al trattamento del nuovo coach che Julie comprende le differenze tra un rapporto performativo e uno abusante, ma questo è soltanto vagamente suggerito, per poi venir abbandonato nel continuo gioco al ribasso svolto da Van Dijl, che sembra accontentarsi di portare a casa il risultato con il minimo sforzo.
Impegno che viene meno anche nel riprendere lo sport. Il tennis è soltanto un ingrediente, non è mai centrale e non viene mai restituita allo spettatore quell’ossessione necessaria che dovrebbe spingere a determinate traiettorie narrative. Lo sport non viene trattato come Chazelle fa con il Jazz in Whiplash (riferimento non casuale dato la tematica del rapporto tossico allievo-maestro, con il medesimo avvenimento che fa da occhio rivelatore al mondo, il suicidio di un apprendista). Van Dijl sembra ancora una volta accontentarsi, mettendo in scena il tennis in maniera impersonale e fredda, rendendolo un elemento facilmente sostituibile da qualsiasi altra attività, che sia sportiva o artistica.
Se il punto di riferimento sono i fratelli Dardenne (non a caso produttori del film) perché non comprendere quanto il dinamismo della macchina da presa possa essere convenevole per rappresentare il grande tema sociale, senza risultare pedante nei confronti dello spettatore? Da Rosetta (1999) a Due giorni, una notte (2014) i maestri del realismo made in Belgio hanno compreso come non allontanare lo spettatore dalle proprie pellicole, soprattutto quando sono film dal grande impatto sociale. Leonardo Van Dijl deve cercare di avvicinarsi a questo modo di fare cinema se è intenzionato a seguire le orme di chi del realismo ne ha fatto un punto di forza.
Di Saverio Lunare
Se il punto di riferimento sono i fratelli Dardenne (non a caso produttori del film) perché non comprendere quanto il dinamismo della macchina da presa possa essere convenevole per rappresentare il grande tema sociale, senza risultare pedante nei confronti dello spettatore? Da Rosetta (1999) a Due giorni, una notte (2014) i maestri del realismo made in Belgio hanno compreso come non allontanare lo spettatore dalle proprie pellicole, soprattutto quando sono film dal grande impatto sociale. Leonardo Van Dijl deve cercare di avvicinarsi a questo modo di fare cinema se è intenzionato a seguire le orme di chi del realismo ne ha fatto un punto di forza.
Di Saverio Lunare