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KNEECAP

RECENSIONE

KNEECAP - COLPIRE CON LE PAROLE, RESISTERE CON L'IRONIA

Kneecapping in inglese britannico significa gambizzare; in gaelico ní cheapaim, che foneticamente suona come il primo, vuol dire invece essenzialmente “non penso proprio”. In questo botta e risposta dal sapore newtoniano – “a ogni azione ne corrisponde una uguale e una contraria” – si legge un paradosso linguistico per cui la violenza fisica, evocata dall’inglese, trova il suo contrappunto nella resistenza intellettuale del gaelico, trasformando il conflitto in un gioco di specchi tra corpo e pensiero.

Kneecap è però prima di tutto un trio hip-hop di West Belfast che arriva con dirompenza sullo schermo e ci mette la faccia: Móglaí Bap, Mo Chara, e DJ Próvaí – che, a dire il vero, la faccia se la copre spesso con un balaclava – convincono nella loro prima prova attoriale. Alla regia troviamo Rich Peppiat, che con questa pellicola vince il BAFTA per Outstanding Debut by a British Writer, Director or Producer.

In una perfetta sintesi di biopic e fiction, il film racconta la genesi e le vicissitudini che accompagnano Kneecap verso la consacrazione a paladini dell’hip-hop, in un momento storico in cui in Irlanda del Nord si discute una mozione per il riconoscimento del gaelico come lingua ufficiale. Si potrebbe dire che il vero focus della pellicola – la prima di sempre in gaelico a concorrere al Sundance – sia proprio la questione della lingua: Kneecap rivendica infatti il diritto alla libertà di espressione di un popolo che per secoli è stato assoggettato all’imperialismo (linguistico) britannico. Il gaelico, che il trio di Belfast usa estensivamente nelle loro produzioni musicali, diventa quindi il cardine del processo di legittimazione identitaria
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La scena di apertura è una dichiarazione di intenti: Kneecap non è l’ennesimo film che riflette sulle drammatiche conseguenze dei Troubles. A ribadirlo è la presenza di Michael Fassbender, che abbandona i panni – sporchi – di Bobby Sand per calarsi in quelli di Bobby Sandals: il primo, in Hunger di Steve McQueen, è un attivista realmente esistito, che morì a seguito di uno sciopero della fame durante le cosiddette dirty protests; il secondo è invece un ex repubblicano che dissimula la propria morte per diventare istruttore di yoga.

L’intenzione satirica di Peppiat è chiara e forse persino chiarificatrice di certe controversie che hanno toccato da vicino la band. Se da una parte il progetto di Kneecap converge essenzialmente in uno strumento di denuncia sociale, dall’altra si fa portavoce di una controcultura di rivalsa edonistica e di dissidenza umoristica. Non a caso, il consumo massiccio di class-A drugs è la chiave per l’accesso a una creatività esplosiva, incontenibile, e a una polveriera di peripezie rocambolesche e sconclusionate che tanto ricordano il primissimo Guy Ritchie. La critica dissacrante tocca tutte le pedine della scacchiera: oltre alla polizia filo-britannica, infatti, antagonista della storia è proprio un gruppo di indipendentisti nostalgici sotto il nome di Radical Republicans Against Drugs. La band, nella scena più folle del film, non risparmia nemmeno lo spettatore, adocchiato come complice al collasso dell’industria musicale.

Nonostante segua l’uscita di Fine Art, secondo acclamato LP del gruppo nord-irlandese, Kneecap non si riduce quindi a una mera operazione promozionale, ma segue una chiara traiettoria politica. Oggi che la questione linguistica sembra appannaggio esclusivo di certi salottini, Kneecap la riporta in strada e sul palco, dove resistere con autoironia diventa l’atto di dissidenza più radicale.
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Di Luca Carani
19/09/2025

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