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KOKUHO - IL MAESTRO DI KABUKI

RECENSIONE

KOKUHO - IL MAESTRO DI KABUKI: ASCESA, DECLINO, E RITORNO DI UN DIVO

​È arrivato nelle sale italiane il film campione d’incassi in Giappone, il grande kolossal che racconta la vita di un attore di Kabuki nel corso di cinquant’anni di storia. Kokuho, diretto dal regista sud-coreano naturalizzato nipponico Lee Sang-il, ha superato i 120 milioni di dollari di incasso solo in Giappone (circa 20 miliardi di yen) e ha ricevuto una candidatura all’ultima edizione dei premi Oscar nella categoria miglior trucco.

L’impianto produttivo è quello dei grandi film, con l’ambizione di tratteggiare mezzo secolo di storia attraverso il cambiamento intimo del protagonista Kikuo (Ryō Yoshizawa), costruito intorno alle sue ambizioni e alla ricerca della perfezione. Perché Kokuho è narrativamente molto classico; è un film sull’ascesa, sul declino e sul ritorno di un divo. In questa direzione possiede tutti i crismi e i codici necessari per il genere: sacrificio, disciplina, rivalità, caduta, rinascita e soprattutto l’essere un outsider in un ambiente costruito sulle discendenze di sangue.

Kikuo non viene da una famiglia di teatranti, è figlio di un boss della Yakuza e nella prima sequenza — una delle più belle dell’intera pellicola — vediamo immediatamente il contrasto tra la grazia delle sue interpretazioni nel ruolo dell’onnagata (attori uomini specializzati nell’interpretare ruoli femminili) e la violenza che scorre nelle vene della sua famiglia.

Con il passare degli anni e della narrazione del film, Kikuo scoprirà la disciplina necessaria per svolgere questo mestiere, e non mancheranno i momenti di violenta istruzione per raggiungere la perfezione e l’olimpo della disciplina.
Foto
​Sono le opere messe in scena a raccontare i sentimenti e i momenti della vita del nostro protagonista, soprattutto nel rapporto con suo fratello acquisito Shunsuke (Ryūsei Yokohama), fatto di complicità inziale, ma anche di forti dissidi, contrasti, perdite e riappacificazioni.

Kokuho è una pellicola molto più interessata alla costruzione drammatica di una vita fatta di ossessioni e sacrifici, rispetto all’analizzare l’arte del Kabuki attraverso il fascino — anche androgino — della disciplina, e in questo perde appeal con il passare dei minuti. Nonostante i 174 minuti di durata, il film possiede nella seconda parte una paradossale frettolosità narrativa, con veloci salti temporali che impediscono il necessario coinvolgimento drammatico. Specialmente nei rapporti tra Kikuo, suo fratello e sua figlia, quest’ultima elemento fondamentale per rappresentare l’esistenza fatta di mancanze e di impossibilitati rapporti, ma che non riceve la giusta attenzione drammaturgica all’interno del film.

A discapito dei problemi narrativi, è presente l’elegante morbidezza di una regia ispirata; capace — questa sì, a differenza della scrittura — di esaltare le opere teatrali, di affascinare lo spettatore e proiettarlo all’interno di quei maestosi teatri in cui il Kabuki prende vita.
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Di Saverio Lunare
03/05/2026

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