La CITTÀ PROIBITA - PICCHIARSI BENE MA FARLO COME TUTTI GLI ALTRI
Cosa serve al cinema italiano per rientrare a piedi uniti nel panorama di genere internazionale? Un prodotto personale e riconoscibile che, sì, si avvicina per fattura ai film del grande mercato globale, ma che riesce comunque a essere qualcosa di nuovo (come riesce ad esserlo L’ultima notte di amore (2023) di Andrea Di Stefano, forse l’esempio più recente di un prodotto perfettamente riuscito nei suoi intenti di avvicinarsi a una fattura internazionale, ma che non abbandona una propria riconoscibilità), o un prodotto che si omologa al già saturo mercato e che non può ritagliarsi la propria fetta perché è qualcosa che all’estero già possiedono?
Al suo terzo lungometraggio, Gabriele Mainetti decide di girare un film di arti marziali, rifacendosi al cinema che ama di Hong Kong e ad un certo tipo di cinema americano (soprattutto per quanto riguarda la struttura industriale) che da sempre è il punto di riferimento del regista romano. Ma, se con Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) era riuscito a dare personalità, e soprattutto, a creare un’atmosfera nuova rispetto a tutto ciò che c’è a disposizione nel panorama cinematografico di genere (in quel caso il super-hero movie), con La città proibita questa riconoscibilità e personalità viene meno, perché il prodotto non riesce ad avere quella forza innovativa, ma si adegua a delle regole predefinite che rendono il film poco appetibile al palato estero.
Mei (Yaxi Liu) giovane ragazza cinese esperta di Kung Fu arriva a Roma con lo scopo di trovare sua sorella che è fuggita con Alfredo (Luca Zingaretti) proprietario di un ristorante a gestione familiare che dopo la scomparsa dell’uomo viene gestito da suo figlio Marcello (Enrico Borello). Quando Mei entrerà in contatto con Marcello i due inizieranno un’avventura per scoprire cosa è accaduto ai propri legami.
Al suo terzo lungometraggio, Gabriele Mainetti decide di girare un film di arti marziali, rifacendosi al cinema che ama di Hong Kong e ad un certo tipo di cinema americano (soprattutto per quanto riguarda la struttura industriale) che da sempre è il punto di riferimento del regista romano. Ma, se con Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) era riuscito a dare personalità, e soprattutto, a creare un’atmosfera nuova rispetto a tutto ciò che c’è a disposizione nel panorama cinematografico di genere (in quel caso il super-hero movie), con La città proibita questa riconoscibilità e personalità viene meno, perché il prodotto non riesce ad avere quella forza innovativa, ma si adegua a delle regole predefinite che rendono il film poco appetibile al palato estero.
Mei (Yaxi Liu) giovane ragazza cinese esperta di Kung Fu arriva a Roma con lo scopo di trovare sua sorella che è fuggita con Alfredo (Luca Zingaretti) proprietario di un ristorante a gestione familiare che dopo la scomparsa dell’uomo viene gestito da suo figlio Marcello (Enrico Borello). Quando Mei entrerà in contatto con Marcello i due inizieranno un’avventura per scoprire cosa è accaduto ai propri legami.
Non basta un’ambientazione (con tanto di tour in Vespa) e un accento romano, e soprattutto, non è più sufficiente un’ottima fattura. Ciò che serve per poter tornare realmente a sperare in una rinascita del sistema industriale di genere nazionale è quella riconoscibilità che ha fatto parte del momento d’oro dei filoni in Italia. Se dovessimo confrontare La città proibita con un prodotto internazionale recente di genere (tra l’altro lo stesso del film di Mainetti, il film di arti marziali) che riesce a districarsi nel panorama internazionale e assumere una propria identità lo faremmo con Monkey Man (2024) di Dev Patel, dal budget di 10 milioni e dagli incassi che superano globalmente i 30 milioni. Ovviamente l’appeal del regista/attore di successo e di un sistema distributivo internazionale non è minimamente paragonabile a quello del film di Mainetti; ma il film di Patel, pur rifacendosi ad un certo tipo di cinema simile a quello ripreso da Mainetti, riesce perfettamente nei suoi intenti, nel suo essere riconoscibile e diverso, e lo fa grazie ad una profonda ricerca di identità, pur partendo da una base estremamente canonizzata: il racconto shakeasperiano di vendetta.
La città proibita possiede delle sequenze d’azione fatte come si deve, ed è indubbio. Mainetti e il suo team sono riusciti a coreografare in modo impeccabile i combattimenti e ciò è evidente nella sequenza di combattimento iniziale. Ma, purtroppo, le sequenze di combattimento in 138 minuti di durata risultano essere risicate. Il film di Mainetti cerca di costruire dei legami e di raccontare come due culture diverse possano avvicinarsi, toccarsi e influenzarsi a vicenda, ed è proprio qui che la pellicola risulta scarseggiare. La scelta di accostare continuamente gli aspetti culturali (soprattutto quelli culinari), invertirli e mischiarli, risulta essere il modo più banale per poter raccontare come due mondi possano unirsi. E se questa semplicità di legami e rapporti nel genere è solitamente ben accettata, dev’essere accompagnata, almeno, da una struttura solida in cui le conseguenze delle azioni (e non dell’azione) venga ben delineata, soprattutto in rapporto con il pathos e con le sensazioni dello spettatore. Qui questo non avviene, dato che la narrazione si risolve attraverso delle opinabili scelte strutturali (flashback improvvisi, scontri decisivi alternati in maniera poco coinvolgente).
In La città proibita ci si picchia molto bene, ed è la cosa migliore del film, ma le sequenze di combattimento non devono essere abbandonate a loro stesse, non devono essere staccate da un resto troppo debole e così poco riconoscibile.
Di Saverio Lunare
La città proibita possiede delle sequenze d’azione fatte come si deve, ed è indubbio. Mainetti e il suo team sono riusciti a coreografare in modo impeccabile i combattimenti e ciò è evidente nella sequenza di combattimento iniziale. Ma, purtroppo, le sequenze di combattimento in 138 minuti di durata risultano essere risicate. Il film di Mainetti cerca di costruire dei legami e di raccontare come due culture diverse possano avvicinarsi, toccarsi e influenzarsi a vicenda, ed è proprio qui che la pellicola risulta scarseggiare. La scelta di accostare continuamente gli aspetti culturali (soprattutto quelli culinari), invertirli e mischiarli, risulta essere il modo più banale per poter raccontare come due mondi possano unirsi. E se questa semplicità di legami e rapporti nel genere è solitamente ben accettata, dev’essere accompagnata, almeno, da una struttura solida in cui le conseguenze delle azioni (e non dell’azione) venga ben delineata, soprattutto in rapporto con il pathos e con le sensazioni dello spettatore. Qui questo non avviene, dato che la narrazione si risolve attraverso delle opinabili scelte strutturali (flashback improvvisi, scontri decisivi alternati in maniera poco coinvolgente).
In La città proibita ci si picchia molto bene, ed è la cosa migliore del film, ma le sequenze di combattimento non devono essere abbandonate a loro stesse, non devono essere staccate da un resto troppo debole e così poco riconoscibile.
Di Saverio Lunare