LA CRONOLOGIA DELL'ACQUA - KRISTEN STEWART E TUTTA LA SUA VOGLIA DI CINEMA
L’esordio alla regia di Kristen Stewart è la trasposizione del mémoire autobiografico di Lidia Yuknavitch: scrittrice — con un passato da nuotatrice — statunitense, che ha vissuto una vita ricca di eccessi, abusata dal padre in gioventù, vittima delle dipendenze da droga e alcool e con un rapporto estremo con la propria sessualità.
Kristen Stewart debutta con una pellicola esteticamente, e consciamente, fedele al circuito arthouse. La cronologia dell’acqua è una co-produzione con la Lettonia e la Francia, perfettamente collocabile nella dimensione festivaliera — non a caso il film ha visto la sua premiere a Cannes, ormai fedele dimora per gli attori che passano dietro la macchina da presa — e formalmente catalogabile in quell’impacchettamento cinematografico a volte insopportabile. Ma poi c’è la sostanza, e soprattutto è presente quell’irresistibile sensazione di sincerità viscerale, rara da trovare nel cinema contemporaneo e soprattutto in questo tipo di opere.
Alla base del film ci sono le sensazioni visive, accompagnate dalle parole che Lidia (una scatenata e ferocemente vitale Imogen Poots) sente nella sua testa e prova a formulare attraverso le pagine e la costruzione del suo testo. Sensazioni viscerali ed estremamente reali, perché ne La cronologia dell’acqua quando una ragazza si masturba, esce del liquido; quando subisce delle ferite, scorre il sangue; quando è incinta o beve troppo, vomita; quando è eccitata, fa sesso; quando è innamorata, fa l’amore; quando è ispirata, scrive.
Kristen Stewart debutta con una pellicola esteticamente, e consciamente, fedele al circuito arthouse. La cronologia dell’acqua è una co-produzione con la Lettonia e la Francia, perfettamente collocabile nella dimensione festivaliera — non a caso il film ha visto la sua premiere a Cannes, ormai fedele dimora per gli attori che passano dietro la macchina da presa — e formalmente catalogabile in quell’impacchettamento cinematografico a volte insopportabile. Ma poi c’è la sostanza, e soprattutto è presente quell’irresistibile sensazione di sincerità viscerale, rara da trovare nel cinema contemporaneo e soprattutto in questo tipo di opere.
Alla base del film ci sono le sensazioni visive, accompagnate dalle parole che Lidia (una scatenata e ferocemente vitale Imogen Poots) sente nella sua testa e prova a formulare attraverso le pagine e la costruzione del suo testo. Sensazioni viscerali ed estremamente reali, perché ne La cronologia dell’acqua quando una ragazza si masturba, esce del liquido; quando subisce delle ferite, scorre il sangue; quando è incinta o beve troppo, vomita; quando è eccitata, fa sesso; quando è innamorata, fa l’amore; quando è ispirata, scrive.
Questa voglia di vivere a pieno la propria vita, per riscattare un trauma con radici profonde ancorate nel disagio familiare, sembra essere la stessa voglia che prova Kristen Stewart nel dirigere il film, con un desiderio — ai limiti dell’illusione — di voler ribaltare le concezioni cinematografiche integrate nel sistema statunitense (come se l’arthouse e i Festival non facessero parte di un sistema ben delineato). Da tempo, all’interno del suo percorso attoriale, Kristen Stewart ha deciso di prendere una direzione opposta rispetto a quella che l’ha vista protagonista nella prima parte della sua carriera. Rare incursioni in franchise, blockbuster, cinema facilmente catalogabile nella categoria di “industriale” per diventare un punto di riferimento per i registi considerati autori, anche al di fuori dei limiti degli Stati Uniti d’America. Olivier Assayas e Pablo Larraín ad esempio, in due delle sue prove più affascinanti: Personal Shopper (2016) e Spencer (2021).
Tendenza rispecchiata a pieno nel suo esordio da regista, che mette in mostra l’impellente desiderio dell’autrice di creare immagini, di prendere a morsi il cinema, di respirarlo a costo di sbrodolare, di strafare, di perdere l’equilibrio della propria opera. Ma è un rischio che la Stewart si è presa attraverso un approccio vitale al cinema, tanto basta per convincerci e per farci interessare al suo percorso registico.
Tendenza rispecchiata a pieno nel suo esordio da regista, che mette in mostra l’impellente desiderio dell’autrice di creare immagini, di prendere a morsi il cinema, di respirarlo a costo di sbrodolare, di strafare, di perdere l’equilibrio della propria opera. Ma è un rischio che la Stewart si è presa attraverso un approccio vitale al cinema, tanto basta per convincerci e per farci interessare al suo percorso registico.
Di Saverio Lunare
11/06/2026