LA FINE DI OAK STREET - I DINOSAURI NELL'ERA REAGANIANA
David Robert Mitchell torna alla regia dopo otto anni dal pyncheoniano Under the Silver Lake, lo fa con il film produttivamente più importante della sua carriera, quello che ha l’obiettivo di consacrarlo al grande pubblico sotto l’ala produttiva di un autore che sa come muovere le masse attraverso l’audiovisivo: J. J. Abrams.
La fine di Oak Street è l’esempio perfetto per ragionare sul nostro rapporto con i film post-pandemia, che osservano (in parte) ciò che è stato il COVID senza metterlo in scena direttamente; evidenziando come è cambiata la nostra percezione dei film pandemici (in tutte le loro declinazioni) dopo il Coronavirus.
La pandemia che avviene nel film di Mitchell ha a che fare con uno spostamento dello spazio-tempo. Nel 1982 il quartiere statunitense di Oak Street, a seguito di strani avvenimenti climatici, viene catapultato nel Mesozoico. La famiglia dei Platt deve mettere da parte i dissidi relazionali e cercare di sopravvivere all’invasione di dinosauri.
La fine di Oak Street — con il suo omaggio alla casualità dei B movie anni ‘80 — possiede tutte le dinamiche dei film pandemici; la presenza dei dinosauri non è diversa da quella degli zombie, con la costrizione iniziale alla limitatezza casalinga e con l’azione che esplode nella seconda parte, con l’obiettivo di ricompattare il gruppo che si è diviso. Il ribaltamento dei ruoli di genere in un’epoca in cui vige l’edonismo reaganiano è l’elemento su cui vengono costruiti i personaggi interpretati da Anne Hathaway (che si riconferma a suo agio in questo tipo di cinema, così come in Colossal di Nacho Vigalondo) e Ewan McGregor.
La fine di Oak Street è l’esempio perfetto per ragionare sul nostro rapporto con i film post-pandemia, che osservano (in parte) ciò che è stato il COVID senza metterlo in scena direttamente; evidenziando come è cambiata la nostra percezione dei film pandemici (in tutte le loro declinazioni) dopo il Coronavirus.
La pandemia che avviene nel film di Mitchell ha a che fare con uno spostamento dello spazio-tempo. Nel 1982 il quartiere statunitense di Oak Street, a seguito di strani avvenimenti climatici, viene catapultato nel Mesozoico. La famiglia dei Platt deve mettere da parte i dissidi relazionali e cercare di sopravvivere all’invasione di dinosauri.
La fine di Oak Street — con il suo omaggio alla casualità dei B movie anni ‘80 — possiede tutte le dinamiche dei film pandemici; la presenza dei dinosauri non è diversa da quella degli zombie, con la costrizione iniziale alla limitatezza casalinga e con l’azione che esplode nella seconda parte, con l’obiettivo di ricompattare il gruppo che si è diviso. Il ribaltamento dei ruoli di genere in un’epoca in cui vige l’edonismo reaganiano è l’elemento su cui vengono costruiti i personaggi interpretati da Anne Hathaway (che si riconferma a suo agio in questo tipo di cinema, così come in Colossal di Nacho Vigalondo) e Ewan McGregor.
I ruoli della coppia — standardizzati nel cinema d’azione americano anni ‘80 — qui vengono capovolti, con l’uomo passivo e la donna che prende in mano la situazione, sia all’interno delle dinamiche familiari che in quelle puramente action.
Il film di David Robert Mitchell fa tutto questo, anche se in maniera abbozzata e disequilibrata, soprattutto nella gestione dei personaggi secondari e negli elementi strettamente connessi al cinema spielberghiano e alla narrazione kinghiana. L’influenza di J. J. Abrams è fortemente presente, con il cinema di Mitchell — che ha diretto uno dei più grandi horror pandemici degli anni ‘10 It Follows e che ha già dato dimostrazione di versatilità con il successivo neo-noir Under the Silver Lake -- che viene espresso nelle intuizioni più dissacranti e anarchiche rispetto alla solita narrazione eighties, come ad esempio la polaroid che ritrae l’Average Joe interpretato da Ewan McGregor posare davanti all’accoppiamento, di gusto, di due dinosauri.
La fine di Oak Street è un affascinante film che ibrida il popcorn movie da grande pubblico alla serie B, con il rischio che la fusione non si compia sempre in maniera fluente e che una delle due direzioni divori — per restare in tema — l’altra.
Il film di David Robert Mitchell fa tutto questo, anche se in maniera abbozzata e disequilibrata, soprattutto nella gestione dei personaggi secondari e negli elementi strettamente connessi al cinema spielberghiano e alla narrazione kinghiana. L’influenza di J. J. Abrams è fortemente presente, con il cinema di Mitchell — che ha diretto uno dei più grandi horror pandemici degli anni ‘10 It Follows e che ha già dato dimostrazione di versatilità con il successivo neo-noir Under the Silver Lake -- che viene espresso nelle intuizioni più dissacranti e anarchiche rispetto alla solita narrazione eighties, come ad esempio la polaroid che ritrae l’Average Joe interpretato da Ewan McGregor posare davanti all’accoppiamento, di gusto, di due dinosauri.
La fine di Oak Street è un affascinante film che ibrida il popcorn movie da grande pubblico alla serie B, con il rischio che la fusione non si compia sempre in maniera fluente e che una delle due direzioni divori — per restare in tema — l’altra.
Di Saverio Lunare
19/08/2026