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LA GAZZA LADRA

RECENSIONE

LA GAZZA LADRA - LE CLASSI SOCIALI NEL CORSO DELLE GENERAZIONI NELLA MARSIGLIA DI ROBERT
GUÉDIGUIAN

Che fosse bravo a scrivere e dirigere i propri film, non ne avevamo dubbi, ma in La gazza ladra Robert Guédiguian non soltanto mostra un’eccezionale capacità nel mettere in scena un film totalmente privo di retorica buonista (non semplice quando si parla di classi sociali e livellamento volontario delle stesse); il regista marsigliese è in grado anche di raccontare la sua storia con una sorprendente naturalezza in questo assottigliamento di differenze sociali e relazionali, colmo di una sincerità che non può lasciare indifferenti.

Maria (Ariane Ascaride) lavora come inserviente e tuttofare nelle case di anziani marsigliesi incapaci di prendersi cura di sé. Quando le sue difficoltà economiche verranno a galla, la donna deciderà di compiere piccoli furti in casa dei suoi clienti, con l’obiettivo di finanziare il sogno di suo nipotino (e il suo), quello di diventare un grande pianista. Per permettersi l’affitto di un costoso pianoforte, Maria decide di sfruttare il conto bancario del signor Moreau (Jena-Pierre Darroussin), anziano che stravede per la donna e che possiede un rapporto conflittuale con suo figlio Laurent (Grégoire Leprince-Rin), più impegnato nel suo lavoro immobiliare che nel rapportarsi con la sua famiglia.
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Guédiguian firma un film sulla diversità generazionale in rapporto con il tempo, e su come all’interno delle stesse generazioni affiorino profonde differenze di classi. Il regista mette in scena Boomers che non ce l’hanno fatta (Maria e suo marito Bruno, succube del vizio del gioco) e Millenials che sono il frutto dei successi o degli insuccessi dei propri genitori (Laurent si contrappone alla figlia di Maria e Bruno: Jennifer). Guédiguian non si limita a questo, ciò che rende La gazza ladra un ottimo film è come il regista metta in relazione le modalità differenti che le due generazioni utilizzano per livellare le classi sociali. Emblematico in questa direzione come la figlia Jennifer si rapporti con il borghese Laurent, mettendo in evidenza tutta la promiscuità fisica del proprio rapporto, molto passionale e in cui i due corpi si relazionano fisicamente più che verbalmente (eccezionale il momento del primo bacio tra i due, che scaturisce quasi in modo automatico, come se lo spettatore lo percepisse nell’aria, fin da subito, che i due si desiderano).
Foto
Rapporto che si associa (nelle differenze) a quello tra Maria e i suoi clienti (nello specifico il signor Moreau), in cui un gesto gentile viene messo in scena con la stessa naturalezza del desiderio tra i due ragazzi, ma che non è finalizzato a realizzare qualcosa di corporale, quanto alla consapevolezza che il tempo è sempre meno e che il possedimento edonista non serve a nulla se non viene condiviso con gli altri e, soprattutto, se non è finalizzato a supportare il nuovo che avanza, le nuove generazioni che per difficoltà sociali non possiedono ciò che servirebbe per inseguire i propri sogni. E non è un caso che nelle ville in cui Maria lavora torna spesso il tema del passato e del rimorso; specialmente in una coppia di anziani, in cui la donna sta perdendo la memoria a causa della senilità, ma l’unica cosa che ricorda è il suo primo fidanzato, deceduto in guerra e che lei aspetta sempre al solito punto: alla fermata del bus.
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Un film dall’estrema delicatezza e che soltanto un grande regista può gestire in questo modo, facendo sembrare una pellicola molto complessa da realizzare come qualcosa di fatto con semplicità.

​Di Saverio Lunare

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