LA GRAZIA - NON SIAMO PIÙ QUELLI DELLA D.C. - SPECIALE VENEZIA 82
Se Titta di Girolamo nel finale di Le conseguenze dell’amore (2004) viene cementato vivo, Mariano De Santis, il fittizio presidente della Repubblica interpretato sempre da Toni Servillo nell’ultimo film di Paolo Sorrentino — presentato in concorso all’82a edizione del Festival del cinema di Venezia — è soprannominato cemento armato, a causa della sua costante “immobilità” decisionale. Non a caso il presidente è alle prese con il dubbio e la procrastinazione di una legge sull’eutanasia proposta da sua figlia (Anna Ferzetti) e sulla concezione della grazia a due incarcerati imputati per omicidio coniugale.
L’immobilità del presidente della Repubblica, costantemente alla ricerca del nome di chi oltre quarant’anni prima è stato l’amante di sua moglie Aurora, è il fulcro dei dilemmi interni a La Grazia. Costantemente in bilico tra due mondi, quello in cui è ambientato il film — inesistente nella realtà — e quello passato (Mariano De Santis rispetta la Democrazia Cristiana in quanto capaci di prendere delle decisioni), la pellicola mette in rapporto — come sempre con Sorrentino — potere e umanità. Etica e ruolo si fondono creando nella psicosi del protagonista un perenne senso di malinconia, rappresentativa del suo essere “cemento armato”, della sua voglia di seguire le orme degli astronauti in missione e perdere il contatto con la legge di gravità.
Ma a differenza del solito, questa volta a Sorrentino non interessano le immagini, o almeno non su di esse si basa La Grazia. Non crea mai momenti in cui attraverso le sequenze visive il suo cinema prende vita, dichiarando l’intera spina dorsale della pellicola. Questo non significa che non ci abbia provato, tenta attraverso metafore piuttosto leggibili ed elementi immediati a fortificare il dilemma di Mariano, ma è ciò che funziona — contrariamente al solito — meno all’interno di La Grazia. Non funzionano le metafore e non funzionano le forzate intrusioni del tema eutanasia (fonte primaria del dilemma del presidente) all’interno di tutto ciò che circonda De Santis. L’eutanasia è ovunque, è nel cavallo che De Santis deve decidere se far smettere di soffrire o no, è nei casi giudiziari richiedenti la grazia al presidente, è in ogni elemento che circonda Mariano, per rafforzare il dilemma Sorrentino sceglie la reiterazione.
L’immobilità del presidente della Repubblica, costantemente alla ricerca del nome di chi oltre quarant’anni prima è stato l’amante di sua moglie Aurora, è il fulcro dei dilemmi interni a La Grazia. Costantemente in bilico tra due mondi, quello in cui è ambientato il film — inesistente nella realtà — e quello passato (Mariano De Santis rispetta la Democrazia Cristiana in quanto capaci di prendere delle decisioni), la pellicola mette in rapporto — come sempre con Sorrentino — potere e umanità. Etica e ruolo si fondono creando nella psicosi del protagonista un perenne senso di malinconia, rappresentativa del suo essere “cemento armato”, della sua voglia di seguire le orme degli astronauti in missione e perdere il contatto con la legge di gravità.
Ma a differenza del solito, questa volta a Sorrentino non interessano le immagini, o almeno non su di esse si basa La Grazia. Non crea mai momenti in cui attraverso le sequenze visive il suo cinema prende vita, dichiarando l’intera spina dorsale della pellicola. Questo non significa che non ci abbia provato, tenta attraverso metafore piuttosto leggibili ed elementi immediati a fortificare il dilemma di Mariano, ma è ciò che funziona — contrariamente al solito — meno all’interno di La Grazia. Non funzionano le metafore e non funzionano le forzate intrusioni del tema eutanasia (fonte primaria del dilemma del presidente) all’interno di tutto ciò che circonda De Santis. L’eutanasia è ovunque, è nel cavallo che De Santis deve decidere se far smettere di soffrire o no, è nei casi giudiziari richiedenti la grazia al presidente, è in ogni elemento che circonda Mariano, per rafforzare il dilemma Sorrentino sceglie la reiterazione.
Ciò che invece ci convince all’interno di La Grazia è la creazione di un mondo che non esiste, o che almeno non è il nostro presente. Come già fatto precedentemente dal regista partenopeo, la distopia “reale” si fa cardine dello spazio e del tempo in cui i suoi personaggi si muovono. Lo spazio e il tempo in cui De Santis si muove è quello in cui il presidente della Repubblica premia Guè, il Papa è nero, con i dreadlocks e si muove in scooter e un decreto legge sull’eutanasia è arrivato al tavolo di un presidente della Repubblica italiano che deve soltanto decidere se firmarlo o no.
Ad aprire l’82a edizione del Festival del cinema di Venezia è uno dei film meno riusciti di Paolo Sorrentino, ma che al suo interno riesce, comunque, a inserire elementi di assoluto interesse, su tutti il contrasto — sentimentale, ideologico, etico, artistico, — tra il vecchio e il nuovo, tra ciò che esiste e ciò che potrebbe, forse, accadere.
Ad aprire l’82a edizione del Festival del cinema di Venezia è uno dei film meno riusciti di Paolo Sorrentino, ma che al suo interno riesce, comunque, a inserire elementi di assoluto interesse, su tutti il contrasto — sentimentale, ideologico, etico, artistico, — tra il vecchio e il nuovo, tra ciò che esiste e ciò che potrebbe, forse, accadere.
Di Saverio Lunare
27/08/2025