LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI - LA TAIWAN DEL 21° SECOLO RIPRESA CON UN IPHONE
Dopo aver co-diretto Take Out (2004) e aver collaborato alla sceneggiatura e produzione dei successivi film di Sean Baker, Shih-Ching Tsou esordisce alla regia da solista con La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), non abbandonando l’entusiasmante approccio cinematografico mostrato nelle pellicole del regista statunitense (che qui firma il montaggio, la co-sceneggiatura e la produzione).
L’infanzia che deve (a suo discapito) rapportarsi con i drammi degli adulti. La piccola I-Jing (Nina Ye) cerca di dare una mano (specialmente quella sinistra — la mano del diavolo secondo il nonno della piccola — dato che è mancina) al piccolo chiosco di noodles gestito da sua madre Shu-Fen (Janel Tsai) all’interno del mercato di Taipei, insieme a sua sorella maggiore I-Ann (Shih Yuan Ma): una giovane donna alle prese con la ricerca di se stessa e del suo posto nella società. Tra problemi economici, segreti del passato che presto verranno a galla e una città in subbuglio sociale, la famiglia cercherà di trovare una sua — apparentemente impossibile — compattezza.
Il meccanismo è quello di The Florida Project (non a caso co-sceneggiato da Shih-Ching Tsou), con la stessa volontà di non elemosinare nella crudezza e nel realismo delle immagini, nonostante un punto di vista costantemente infantile (le riprese sono spesso ad altezza I-Jing) e un sognante — a tratti illuso — desiderio di spensieratezza in un contesto che pretende di poggiare i piedi per terra già dalla tenera età.
L’infanzia che deve (a suo discapito) rapportarsi con i drammi degli adulti. La piccola I-Jing (Nina Ye) cerca di dare una mano (specialmente quella sinistra — la mano del diavolo secondo il nonno della piccola — dato che è mancina) al piccolo chiosco di noodles gestito da sua madre Shu-Fen (Janel Tsai) all’interno del mercato di Taipei, insieme a sua sorella maggiore I-Ann (Shih Yuan Ma): una giovane donna alle prese con la ricerca di se stessa e del suo posto nella società. Tra problemi economici, segreti del passato che presto verranno a galla e una città in subbuglio sociale, la famiglia cercherà di trovare una sua — apparentemente impossibile — compattezza.
Il meccanismo è quello di The Florida Project (non a caso co-sceneggiato da Shih-Ching Tsou), con la stessa volontà di non elemosinare nella crudezza e nel realismo delle immagini, nonostante un punto di vista costantemente infantile (le riprese sono spesso ad altezza I-Jing) e un sognante — a tratti illuso — desiderio di spensieratezza in un contesto che pretende di poggiare i piedi per terra già dalla tenera età.
E non sembra un caso che per le riprese della pellicola sia stato utilizzato un IPhone, tra gli oggetti più comuni della contemporaneità e realmente capaci di catturare momenti reali (a differenza di una più ingombrante e finta macchina da presa). Lo smartphone non soltanto rappresenta l’impellente voglia di realizzare la pellicola con gli strumenti tecnici messi a disposizione dalla quotidianità, ma diventa vero e proprio strumento estetico, necessario e insostituibile come lo era in Tangerine (2015) diretto da Sean Baker.
Ed è proprio dal mondo di Baker che nasce La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), che attraverso i suoi quattro ritratti generazionali femminili (nonna, madre, figlia, figlia), mette in rapporto una decrescente stabilità economica e quattro differenti status sociali — da chi sta meglio a chi sta peggio — alla vita taiwanese fatta di rinunce e sacrifici.
L’esordio di Shih-Ching Tsou colpisce i sentimenti e la mente, grazie a un modo di fare cinema che ha rivoluzionato l’indipendenza statunitense della seconda metà degli anni 2000 e che adesso ha, finalmente, messo in mostra un’altra irresistibile autrice.
Ed è proprio dal mondo di Baker che nasce La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), che attraverso i suoi quattro ritratti generazionali femminili (nonna, madre, figlia, figlia), mette in rapporto una decrescente stabilità economica e quattro differenti status sociali — da chi sta meglio a chi sta peggio — alla vita taiwanese fatta di rinunce e sacrifici.
L’esordio di Shih-Ching Tsou colpisce i sentimenti e la mente, grazie a un modo di fare cinema che ha rivoluzionato l’indipendenza statunitense della seconda metà degli anni 2000 e che adesso ha, finalmente, messo in mostra un’altra irresistibile autrice.
Di Saverio Lunare
13/12/2025