LA PIÙ PICCOLA - ALLA SCOPERTA DI SÉ TRA SPIRITO E SESSO
Dalla recitazione, Hafsia Herzi è passata alla regia nel 2019 con il suo Tu mérites un amour. Scoperta da Abdellatif Kechiche in Cous Cous (2006) — interpretazione che le è valsa il premio Mastroianni al Festival del cinema di Venezia — Herzi è divenuta presto una delle attrici più ammalianti del cinema oltralpino di seconda generazione.
La più piccola è il suo terzo lungometraggio da regista, presentato a Cannes nel 2025 e premiato per la miglior interpretazione femminile a Nadia Melliti, attrice non professionista all’esordio. Trasposizione dell’autobiografia di Fatima Daas, La più piccola è il racconto della scoperta della propria sessualità di una diciassettenne (Nadia Melliti), figlia minore di una famiglia di origini algerine.
Hafsia Herzi mostra tutto il suo talento espressivo anche dietro la macchina da presa. La regista sa raccontare le emozioni delle sue protagoniste e soprattutto le sa mettere in scena con intensità. Anche in un film con pochissimo sviluppo narrativo, in cui la direzione più interessante — quella di una ragazza in conflitto tra sessualità e spiritualità — non è approfondita come avremmo voluto.
Questo mancato sviluppo rende il lavoro fatto da Herzi nel dirigere l’attrice protagonista paradossalmente più significativo. Nella sua entrata all’interno di un nuovo ambiente — che coincide con il suo passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta — Nadia Melliti raggiunge un grandissimo livello di credibilità e passione. Emblematica è la magnifica sequenza del Pride; attraverso corpi che si muovono, bandiere arcobaleno sventolate e soprattutto la sensazione di far parte, forse per la prima volta, di qualcosa — senza l’obbligo di catalogarlo ed etichettarlo — la regista riesce a rappresentare ottimamente i sentimenti della sua protagonista.
La più piccola è il suo terzo lungometraggio da regista, presentato a Cannes nel 2025 e premiato per la miglior interpretazione femminile a Nadia Melliti, attrice non professionista all’esordio. Trasposizione dell’autobiografia di Fatima Daas, La più piccola è il racconto della scoperta della propria sessualità di una diciassettenne (Nadia Melliti), figlia minore di una famiglia di origini algerine.
Hafsia Herzi mostra tutto il suo talento espressivo anche dietro la macchina da presa. La regista sa raccontare le emozioni delle sue protagoniste e soprattutto le sa mettere in scena con intensità. Anche in un film con pochissimo sviluppo narrativo, in cui la direzione più interessante — quella di una ragazza in conflitto tra sessualità e spiritualità — non è approfondita come avremmo voluto.
Questo mancato sviluppo rende il lavoro fatto da Herzi nel dirigere l’attrice protagonista paradossalmente più significativo. Nella sua entrata all’interno di un nuovo ambiente — che coincide con il suo passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta — Nadia Melliti raggiunge un grandissimo livello di credibilità e passione. Emblematica è la magnifica sequenza del Pride; attraverso corpi che si muovono, bandiere arcobaleno sventolate e soprattutto la sensazione di far parte, forse per la prima volta, di qualcosa — senza l’obbligo di catalogarlo ed etichettarlo — la regista riesce a rappresentare ottimamente i sentimenti della sua protagonista.
Il conflitto tra lo spirito e il sesso, tra l’essere musulmana e allo stesso tempo amare e desiderare le donne è — dal punto di vista del racconto — l’aspetto più affascinante, rappresentato attraverso un incontro con l’Imam e un confronto madre-figlia in cui il dialogo viene messo in secondo piano per privilegiare l’importanza dei piccoli, ma estremamente significativi, gesti. Su tutti: una maglietta da calcio data in regalo.
Nonostante una seconda parte non all’altezza della prima, in cui le dinamiche narrative iniziano a contorcersi e la mancanza di una struttura forte si fa sentire, il film possiede momenti di grande forza visiva — merito della capacità di Hafsia Herzi di creare immagini e di restituire sensazioni e sentimenti — che convincono e confermano il talento della regista.
Nonostante una seconda parte non all’altezza della prima, in cui le dinamiche narrative iniziano a contorcersi e la mancanza di una struttura forte si fa sentire, il film possiede momenti di grande forza visiva — merito della capacità di Hafsia Herzi di creare immagini e di restituire sensazioni e sentimenti — che convincono e confermano il talento della regista.
Di Saverio Lunare
22/04/2026