The Banshees of Inisherin - Gli spiriti dell'isola
Agli inizi degli anni venti del XIX secolo la guerra civile irlandese è viva sulla terra ferma, ma sull’isola di Inisherin un’altra guerra è in atto: quella tra Pádraic Súilleabháin (Colin Farrell) e il suo compagno di bevute e chiacchiere giornaliere Colm Doherty (Brendan Gleeson). Il motivo scatenante è il rifiuto di proseguire il rapporto amichevole da parte di Colm, stanco degli argomenti noiosi e inutili che Pádraic espone quotidianamente.
Martin McDonagh si riconferma come uno dei registi più interessanti a livello mondiale. Dopo le sue opere più dissacranti come In Bruges (2007) e Sette Psicopatici (2012) e l’affermazione festivaliera e mediatica di Tre manifesti ad Ebbing, Missouri (2017), nella sua ultima opera cerca per la prima volta di trattare un’epoca passata, ambienta la storia negli anni venti, contestualizzando l’avvenimento in un preciso momento storico, un importante cambiamento rispetto alle opere precedenti, tutte rilegate all’epoca contemporanea.
Ma una cosa non cambia rispetto al passato: la capacità di McDonagh di sviluppare il carattere dei suoi personaggi, che hanno sempre un arco narrativo in crescendo, sia positivamente che in maniera negativa. È ciò che accade anche ai personaggi di Inisherin: un piccolo avvenimento intimo come la fine di un’amicizia si rivela cruciale per gli equilibri di un’intera comunità. Il personaggio di Dominic (interpretato da un eccezionale Barry Keoghan) ne è l’esempio più lampante, il suo ruolo da scemo del villaggio avrà una parabola che lo porterà a conflitti famigliari e ad una tragica conclusione.
McDonagh non intende soffermarsi molto sul perché Colm abbia preso la drastica decisione, non è il punto centrale della storia, il regista analizza molto di più la reazione e le conseguenze di tale gesto, di come un semplice avvenimento tenda a ribaltare le gerarchie, esattamente come in un conflitto armato. In una guerra le motivazioni finiscono in secondo piano, sono fondamentali le conseguenze, le perdite, i cambiamenti strategici delle parti in causa.
Ma il film non è solo questo, non è soltanto una grande metafora bellica. L’opera è una storia di separazione, un divorce movie che farà breccia nei sentimenti del pubblico. L’equilibrio formale della pellicola è realizzato con maestria. Soltanto una grande penna come quella di McDonagh riesce a far coesistere perfettamente i vari livelli narrativi, provocando sensazioni diverse allo spettatore nell’arco di brevissimi periodi. Si passa dalla risata dissacrante alla lacrima di commozione, senza mai che l’una divori l’altra.
Un altro tassello che va a comporre una filmografia praticamente senza passi falsi da parte del regista britannico, che dopo aver dimostrato di essere un grande sceneggiatore, qui dimostra una perfezione stilistica che lo afferma come regista eccezionale.
Di Saverio Lunare
Martin McDonagh si riconferma come uno dei registi più interessanti a livello mondiale. Dopo le sue opere più dissacranti come In Bruges (2007) e Sette Psicopatici (2012) e l’affermazione festivaliera e mediatica di Tre manifesti ad Ebbing, Missouri (2017), nella sua ultima opera cerca per la prima volta di trattare un’epoca passata, ambienta la storia negli anni venti, contestualizzando l’avvenimento in un preciso momento storico, un importante cambiamento rispetto alle opere precedenti, tutte rilegate all’epoca contemporanea.
Ma una cosa non cambia rispetto al passato: la capacità di McDonagh di sviluppare il carattere dei suoi personaggi, che hanno sempre un arco narrativo in crescendo, sia positivamente che in maniera negativa. È ciò che accade anche ai personaggi di Inisherin: un piccolo avvenimento intimo come la fine di un’amicizia si rivela cruciale per gli equilibri di un’intera comunità. Il personaggio di Dominic (interpretato da un eccezionale Barry Keoghan) ne è l’esempio più lampante, il suo ruolo da scemo del villaggio avrà una parabola che lo porterà a conflitti famigliari e ad una tragica conclusione.
McDonagh non intende soffermarsi molto sul perché Colm abbia preso la drastica decisione, non è il punto centrale della storia, il regista analizza molto di più la reazione e le conseguenze di tale gesto, di come un semplice avvenimento tenda a ribaltare le gerarchie, esattamente come in un conflitto armato. In una guerra le motivazioni finiscono in secondo piano, sono fondamentali le conseguenze, le perdite, i cambiamenti strategici delle parti in causa.
Ma il film non è solo questo, non è soltanto una grande metafora bellica. L’opera è una storia di separazione, un divorce movie che farà breccia nei sentimenti del pubblico. L’equilibrio formale della pellicola è realizzato con maestria. Soltanto una grande penna come quella di McDonagh riesce a far coesistere perfettamente i vari livelli narrativi, provocando sensazioni diverse allo spettatore nell’arco di brevissimi periodi. Si passa dalla risata dissacrante alla lacrima di commozione, senza mai che l’una divori l’altra.
Un altro tassello che va a comporre una filmografia praticamente senza passi falsi da parte del regista britannico, che dopo aver dimostrato di essere un grande sceneggiatore, qui dimostra una perfezione stilistica che lo afferma come regista eccezionale.
Di Saverio Lunare