Addiction Cinema
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
Search by typing & pressing enter

YOUR CART

LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE

RECENSIONE

LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE - LA SVASTICA SUL SOLE DEL SUD AMERICA

​La scomparsa di Josef Mengele è il primo film non in lingua russa diretto da Kirill Serebrennikov. Il regista da anni lavora fuori dal suo Paese natio; dopo i problemi giudiziari e l’opposizione netta all’élite politica russa l’artista ha lasciato il Paese nel 2022 per trasferirsi a Berlino.

Ed è proprio la Germania la Nazione da cui parte per la realizzazione del suo nuovo film: l’adattamento dell’omonimo libro scritto da Olivier Guez che racconta la latitanza dell’”Angelo della morte” di Auschwitz, il medico che ha sperimentato sui corpi dei deportati nel campo di concentramento durante il Terzo Reich.

Interpretato da August Diehl, il Josef Mengele di Kirill Serebrennikov è una svastica sul sole sudamericano, è un individuo ancora fermamente convinto di ciò che è e di ciò che è stato, incapace di comprendere (e accettare) il cambiamento del mondo che lo circonda. È un uomo vivisezionato sotto falsi nomi, sotto il necessario esodo corporale e fisico — Mengele di fatto come identità non può più esistere — ma ancora ancorato al suo passato, che finge di nascondere sotto il tappeto durante il confronto con suo figlio Rolf (Max Bretschneider), ragazzo che appartiene alla nuova Germania, quella degli anni ‘70, quella dello sviluppo economico e sociale.
Foto
​La rotta dei ratti raccontata da Kirill Serebrennikov viene divisa in capitoli — forzando la narrazione nella prima parte attraverso innecessari salti temporali — e viene messa in scena attraverso un’inziale (finta) inconsapevolezza. I latitanti nazisti sembrano voler trasferire il loro retaggio in una parte del mondo trascurata dai poli vincenti, come se Jalta non riguardasse quella sezione del globo. Dall’Argentina, al Paraguay, finendo in Brasile, il percorso di Mengele nel film del regista russo sembra seguire individualmente la distopia di Philip K. Dick. E se ad aver vinto non fosse la Germania Nazista come nel romanzo dello scrittore statunitense, ma la singola ideologia umana abbandonata a se stessa e incapace di confrontarsi con ciò che è intorno a quella ideologia?

Esemplificativa è la sequenza in cui Josef Mengele apprende, davanti alla televisione, del colpo di stato che ha portato alla dittatura del generale Jorge Rafael Videla in Argentina nel 1976. La sua reazione non appartiene a nessuna ideologia politica dell’allora contemporaneità, quella di Mengele è una risposta ancora fedele al proprio passato (e presente) da Nazista.

Il film di Serebrennikov più che un racconto storico e biografico, è un respingente, freddo ritratto fisico e mentale — giustamente privo di qualsiasi aggancio emotivo — di un uomo circondato da un mondo che non gli appartiene. Un mondo che fortunatamente ha cercato di reagire agli orrori perpetrati nel Vecchio Continente. Serebrennikov sembra volerci comunicare che non importa se qualcuno prova a scappare dalle proprie responsabilità, prima o poi il mondo e il tempo presenteranno il conto, ai guerrafondai di un tempo ma anche a quelli dei giorni nostri.
Clicca qui per sostenere Addiction Cinema
Di Saverio Lunare
25/01/2026

Email

[email protected]