LA SPOSA! - ESCLAMAZIONI CHE NON RIVITALIZZANO
“I morti hanno qualcosa da dire”, erompe La Sposa, interpretata dalla sempre più istrionica Jessie Buckley, nel secondo lungometraggio di Maggie Gyllenhaal, La Sposa!, per l’appunto. Certi morti però, come ci insegna Jarmusch, non muoiono affatto. Lo conferma il trend della stagione cinematografica corrente che vede Dracula e Frankenstein in un testa a testa di adattamenti, con Radu Jude che raddoppia e sceglie di farli entrambi (al momento il progetto Frankenstein in Romania è ancora in fase di scrittura).
In realtà quello di Gyllenhaal più che un adattamento è un remake – come il Nosferatu di Eggers, che con Werwulf in uscita a fine anno si avvicina anche lui alla doppietta mostruosa – del cult La sposa di Frankenstein di James Whale. L’iconicità della pellicola è tale che al netto di qualche incursione da comprimaria (in Frankenstein Jr., per esempio) il personaggio originariamente interpretato da Elsa Lanchester non ha più fatto ritorno sul grande schermo. Gyllenhaal è dunque la prima a tentare l’impresa a quasi cento anni dall’uscita del film e celebra il ritorno delle frezze bianche della protagonista in pompa magna, accompagnata da un cast d’eccezione.
Nel fragore della Chicago degli anni Trenta, Ida (Jesse Buckley), una escort al soldo della mafia locale, viene posseduta dallo spirito di Mary Shelley, oltraggiata per come il suo nome sia stato eclissato tanto dalla sua creatura letteraria quanto dal canone maschile degli scrittori coevi. Vittima della collera di Shelley, il cadavere della giovane viene riesumato dalla Dott.ssa Euphronious (Annette Bening) per soddisfare il desiderio della Creatura (ribattezzata Frank e interpretata da Christian Bale) di ricevere una consorte. La volubilità della Sposa, dominata da istinti irrefrenabili, costringe però gli amanti alla fuga: come Bonnie e Clyde i due rimbalzano da un punto all’altro degli Stati Uniti in un’escalation di violenza e inseguimenti sempre più serrati.
In realtà quello di Gyllenhaal più che un adattamento è un remake – come il Nosferatu di Eggers, che con Werwulf in uscita a fine anno si avvicina anche lui alla doppietta mostruosa – del cult La sposa di Frankenstein di James Whale. L’iconicità della pellicola è tale che al netto di qualche incursione da comprimaria (in Frankenstein Jr., per esempio) il personaggio originariamente interpretato da Elsa Lanchester non ha più fatto ritorno sul grande schermo. Gyllenhaal è dunque la prima a tentare l’impresa a quasi cento anni dall’uscita del film e celebra il ritorno delle frezze bianche della protagonista in pompa magna, accompagnata da un cast d’eccezione.
Nel fragore della Chicago degli anni Trenta, Ida (Jesse Buckley), una escort al soldo della mafia locale, viene posseduta dallo spirito di Mary Shelley, oltraggiata per come il suo nome sia stato eclissato tanto dalla sua creatura letteraria quanto dal canone maschile degli scrittori coevi. Vittima della collera di Shelley, il cadavere della giovane viene riesumato dalla Dott.ssa Euphronious (Annette Bening) per soddisfare il desiderio della Creatura (ribattezzata Frank e interpretata da Christian Bale) di ricevere una consorte. La volubilità della Sposa, dominata da istinti irrefrenabili, costringe però gli amanti alla fuga: come Bonnie e Clyde i due rimbalzano da un punto all’altro degli Stati Uniti in un’escalation di violenza e inseguimenti sempre più serrati.
Non è solo il punto esclamativo del titolo, La Sposa! di Gyllenhaal attinge a piene mani a Povere creature!, che pure manteneva una cifra molto più autoriale. Ma il film di Lanthimos non è l’unica ispirazione per temi ed estetica: il Joker di Phillips e il Babylon di Chazelle sono altre due suggestioni nascoste in piena vista, solo per citarne alcune. Insomma, secondo Gyllenhaal, che non si scherma anzi quasi si fregia di questo citazionismo pop, la ricetta per il successo di un blockbuster su Frankenstein, ironia della sorte, è un pot-pourri di tanti altri blockbuster contemporanei. E bizzarramente la cosa funziona, almeno per il primo atto.
Sopra le righe fin dall’incipit, Buckley nel triplo ruolo di Ida/ Mary Shelley / La Sposa è una trottola che non smette mai di girare, le cui variazioni d’umore corrispondono a un’altalena di registri cinematografici che oscillano dall’horror alla commedia nera, dal gangster movie al dramma sentimentale, sfiorando anche l’erotismo (un po’ Beetlejuice Beetlejuice, ma con un’estetica gotica più slavata).
Molte le trovate di colore calzanti: rendere il bipolarismo della protagonista attraverso quella che a tutti gli effetti si potrebbe definire una Tourette letteraria, per esempio; o sostituire la mob, la folla armata di forconi che nel classico di Shelley dà la caccia al mostro, con la mafia locale (in inglese mob si riferisce a entrambe). Strizzatine d’occhio, certo, ma vincenti. Anche l’idea stessa di ribaltare il paradigma e rendere La Sposa un’aizzatrice di folle, una paladina mostruosa e illuminata, potrebbe funzionare in principio, sennonché anche i problemi insorgono proprio quando Gyllenhaal inizia a flirtare con la controcultura. Se è vero che l’intenzione è esplicita sin dal titolo, la regista non riesce mai a darle sostanza. E Il tempo per approfondire non le mancherebbe nemmeno, ma è gestito pessimamente: all’enunciazione seguono infatti due atti mosci e ridondanti, cui fanno capo sottotrame e personaggi del tutto marginali, che inspiegabilmente diventano via via sempre più centrali.
Siamo lontani dall’audace caratterizzazione di Lily, la sposa interpretata da Billie Piper in Penny Dreadful, che riusciva persino a militarizzare l’emancipazione delle suffragette 2.0 nella Londra vittoriana. Qui Gyllenhaal fa la voce grossa, apre al tema con intelligenza ma poi scade in retoriche da (anti)cinecomic che fanno perdere di credibilità al sottotesto femminista. L’omissione del complemento di specificazione nel titolo o l’affondo a Weinstein nella scena post credit non sono sufficienti a giustificare un discorso così esclamato ma altrettanto sghembo sul #metoo. L’interrogativo quindi rimane: devono passare altri cent’anni prima di vedere un film sulla Sposa che dia al personaggio la voce che merita?
Sopra le righe fin dall’incipit, Buckley nel triplo ruolo di Ida/ Mary Shelley / La Sposa è una trottola che non smette mai di girare, le cui variazioni d’umore corrispondono a un’altalena di registri cinematografici che oscillano dall’horror alla commedia nera, dal gangster movie al dramma sentimentale, sfiorando anche l’erotismo (un po’ Beetlejuice Beetlejuice, ma con un’estetica gotica più slavata).
Molte le trovate di colore calzanti: rendere il bipolarismo della protagonista attraverso quella che a tutti gli effetti si potrebbe definire una Tourette letteraria, per esempio; o sostituire la mob, la folla armata di forconi che nel classico di Shelley dà la caccia al mostro, con la mafia locale (in inglese mob si riferisce a entrambe). Strizzatine d’occhio, certo, ma vincenti. Anche l’idea stessa di ribaltare il paradigma e rendere La Sposa un’aizzatrice di folle, una paladina mostruosa e illuminata, potrebbe funzionare in principio, sennonché anche i problemi insorgono proprio quando Gyllenhaal inizia a flirtare con la controcultura. Se è vero che l’intenzione è esplicita sin dal titolo, la regista non riesce mai a darle sostanza. E Il tempo per approfondire non le mancherebbe nemmeno, ma è gestito pessimamente: all’enunciazione seguono infatti due atti mosci e ridondanti, cui fanno capo sottotrame e personaggi del tutto marginali, che inspiegabilmente diventano via via sempre più centrali.
Siamo lontani dall’audace caratterizzazione di Lily, la sposa interpretata da Billie Piper in Penny Dreadful, che riusciva persino a militarizzare l’emancipazione delle suffragette 2.0 nella Londra vittoriana. Qui Gyllenhaal fa la voce grossa, apre al tema con intelligenza ma poi scade in retoriche da (anti)cinecomic che fanno perdere di credibilità al sottotesto femminista. L’omissione del complemento di specificazione nel titolo o l’affondo a Weinstein nella scena post credit non sono sufficienti a giustificare un discorso così esclamato ma altrettanto sghembo sul #metoo. L’interrogativo quindi rimane: devono passare altri cent’anni prima di vedere un film sulla Sposa che dia al personaggio la voce che merita?
Di Luca Carani
08/03/2026