LA TOMBA DELLE LUCCIOLE - L'INFANZIA BRUCIA SOTTO LE BOMBE
«La sera del 21 settembre 1945, io morii.»
Basta questa frase, pronunciata nei primi istanti del film, per capire il tono e la portata di La tomba delle lucciole, capolavoro dello Studio Ghibli diretto da Isao Takahata, tornato ora nelle sale italiane grazie a Lucky Red. A parlare è Seita, un ragazzino morto di stenti in una stazione ferroviaria fra l’indifferenza e lo sdegno dei passanti, e quello che ci apprestiamo a vedere non è che un fantasma che racconta la propria fine, nel mezzo di un Giappone dilaniato dalla guerra.
Tratto dal racconto semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka, il film racconta la storia di due fratelli, Seita e la piccola Setsuko, che si ritrovano soli durante i bombardamenti su Kobe nel 1945. La madre muore in uno dei primi raid aerei. Il padre, ufficiale della Marina imperiale, è disperso in guerra. È la tragedia di due bambini senza più casa, famiglia né futuro, costretti a cavarsela in un mondo che ha perso ogni barlume di umanità. Una narrazione costruita interamente attraverso i flashback dello spirito del protagonista, che rivede il dolore, la fame, le scelte sbagliate, gli ultimi giorni accanto alla sorellina — unico legame rimasto con un’infanzia già troppo distante.
Se Hayao Miyazaki — amico, rivale e cofondatore dello Studio Ghibli — ha sempre preferito l’immaginazione, la favola, il fantastico, Takahata, maestro silenzioso, sceglie il reale, il concreto, l’umano. Una dualità confermata anche dalla decisione di far uscire originariamente La tomba delle lucciole nello stesso giorno de Il mio vicino Totoro (16 aprile 1988): due film, due visioni del mondo, due anime dello stesso studio. Da una parte l’evasione, dall’altra l’inevitabile.
A differenza di molto cinema bellico, La tomba delle lucciole non mostra la guerra direttamente. È una presenza assente, una forza invisibile che penetra ogni aspetto del quotidiano. Ciò che interessa a Takahata sono le conseguenze che la guerra ha sulla vita delle persone e su come possa cambiare l’animo umano, su come l’indifferenza, l’avidità o l’altruismo possano essere decisivi e valere della vita e della morte delle persone. I passanti che ignorano Seita morente nella stazione non sono nemici, né soldati: sono cittadini qualunque, resi ciechi dalla paura, dall’egoismo, dalla fame. Il film denuncia l’umanità stessa, quando smette di esserlo.
La tragedia dei due fratelli non nasce solo dalle bombe americane, ma dalle scelte sbagliate, dall’orgoglio, dalla disumanità di chi avrebbe potuto tendere una mano e non lo ha fatto.
Basta questa frase, pronunciata nei primi istanti del film, per capire il tono e la portata di La tomba delle lucciole, capolavoro dello Studio Ghibli diretto da Isao Takahata, tornato ora nelle sale italiane grazie a Lucky Red. A parlare è Seita, un ragazzino morto di stenti in una stazione ferroviaria fra l’indifferenza e lo sdegno dei passanti, e quello che ci apprestiamo a vedere non è che un fantasma che racconta la propria fine, nel mezzo di un Giappone dilaniato dalla guerra.
Tratto dal racconto semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka, il film racconta la storia di due fratelli, Seita e la piccola Setsuko, che si ritrovano soli durante i bombardamenti su Kobe nel 1945. La madre muore in uno dei primi raid aerei. Il padre, ufficiale della Marina imperiale, è disperso in guerra. È la tragedia di due bambini senza più casa, famiglia né futuro, costretti a cavarsela in un mondo che ha perso ogni barlume di umanità. Una narrazione costruita interamente attraverso i flashback dello spirito del protagonista, che rivede il dolore, la fame, le scelte sbagliate, gli ultimi giorni accanto alla sorellina — unico legame rimasto con un’infanzia già troppo distante.
Se Hayao Miyazaki — amico, rivale e cofondatore dello Studio Ghibli — ha sempre preferito l’immaginazione, la favola, il fantastico, Takahata, maestro silenzioso, sceglie il reale, il concreto, l’umano. Una dualità confermata anche dalla decisione di far uscire originariamente La tomba delle lucciole nello stesso giorno de Il mio vicino Totoro (16 aprile 1988): due film, due visioni del mondo, due anime dello stesso studio. Da una parte l’evasione, dall’altra l’inevitabile.
A differenza di molto cinema bellico, La tomba delle lucciole non mostra la guerra direttamente. È una presenza assente, una forza invisibile che penetra ogni aspetto del quotidiano. Ciò che interessa a Takahata sono le conseguenze che la guerra ha sulla vita delle persone e su come possa cambiare l’animo umano, su come l’indifferenza, l’avidità o l’altruismo possano essere decisivi e valere della vita e della morte delle persone. I passanti che ignorano Seita morente nella stazione non sono nemici, né soldati: sono cittadini qualunque, resi ciechi dalla paura, dall’egoismo, dalla fame. Il film denuncia l’umanità stessa, quando smette di esserlo.
La tragedia dei due fratelli non nasce solo dalle bombe americane, ma dalle scelte sbagliate, dall’orgoglio, dalla disumanità di chi avrebbe potuto tendere una mano e non lo ha fatto.
Ogni fotogramma, disegnato a mano in un’epoca ancora pre-digitale, trabocca di dettagli, realismo e delicatezza: i riflessi dell’acqua, il riso cotto con fatica, le caramelle alla frutta nella scatola di latta. È una bellezza che non consola: è lo specchio di un mondo che continua ad esistere nonostante tutto, anche mentre i suoi abitanti muoiono lentamente.
Takahata mantiene uno sguardo lucido, quasi documentaristico, nel raccontare la decadenza fisica e psicologica dei suoi protagonisti. La tragedia è nel quotidiano: nei gesti minimi, nei silenzi, nei piccoli barlumi di speranza che si sgretolano insieme alle certezze. Eppure, trova spazio per momenti poetici e simbolici, come la scena in cui Setsuko e il fratello raccolgono le lucciole per illuminare il loro rifugio. La metafora è tanto semplice quanto potente: “Perché le lucciole vivono così poco?”, si chiede Setsuko. Quelle piccole creature luminose, che per un istante sembrano accendere la notte con la loro fragile bellezza, diventano il simbolo stesso della loro esistenza: effimera, splendida, e inevitabilmente condannata.
La tomba delle lucciole resta un caso quasi unico nella storia del cinema d’animazione: un film che rifiuta ogni concessione al mercato, alla fantasia, alla consolazione, e che usa il linguaggio dell’animazione non per evadere dalla realtà, ma per affrontarla frontalmente. A quasi quarant’anni dalla sua uscita, rimane una pietra miliare del cinema d’animazione e del cinema giapponese in generale, un film che ha infranto tabù, che ha osato raccontare l’orrore con voce sommessa ma inesorabile.
Un’opera devastante e radicalmente pacifista che in un presente dove il rumore delle bombe è tutt’altro che un ricordo, conserva intatta tutta la sua forza morale, estetica e politica.
Takahata mantiene uno sguardo lucido, quasi documentaristico, nel raccontare la decadenza fisica e psicologica dei suoi protagonisti. La tragedia è nel quotidiano: nei gesti minimi, nei silenzi, nei piccoli barlumi di speranza che si sgretolano insieme alle certezze. Eppure, trova spazio per momenti poetici e simbolici, come la scena in cui Setsuko e il fratello raccolgono le lucciole per illuminare il loro rifugio. La metafora è tanto semplice quanto potente: “Perché le lucciole vivono così poco?”, si chiede Setsuko. Quelle piccole creature luminose, che per un istante sembrano accendere la notte con la loro fragile bellezza, diventano il simbolo stesso della loro esistenza: effimera, splendida, e inevitabilmente condannata.
La tomba delle lucciole resta un caso quasi unico nella storia del cinema d’animazione: un film che rifiuta ogni concessione al mercato, alla fantasia, alla consolazione, e che usa il linguaggio dell’animazione non per evadere dalla realtà, ma per affrontarla frontalmente. A quasi quarant’anni dalla sua uscita, rimane una pietra miliare del cinema d’animazione e del cinema giapponese in generale, un film che ha infranto tabù, che ha osato raccontare l’orrore con voce sommessa ma inesorabile.
Un’opera devastante e radicalmente pacifista che in un presente dove il rumore delle bombe è tutt’altro che un ricordo, conserva intatta tutta la sua forza morale, estetica e politica.
Di Francesco Paolo Francini
23/09/2025