LA TRAMA FENICIA - L'ARTIGIANALITÀ HOLLYWOODIANA DI WES ANDERSON
Piaccia o no, Wes Anderson è tra i pochi registi hollywoodiani capaci di costruirsi una Factory. In ogni film, la sua mano deve sentirsi. Dalle scenografie, alla struttura narrativa e alla gestione del fluente cast attoriale: tutti i comparti vengono controllati da Anderson e dal suo team. Per definirlo è necessario un sostantivo ormai in disuso quando si parla di cinema hollywoodiano: artigiano. Wes Anderson è probabilmente l’unico all’interno del sistema hollywoodiano che può permettersi questa definizione, è dalle sue mani che nascono i film, dalla sua personalità che le pellicole prendono forma.
Forma che nel recente periodo sta indubbiamente prendendo il sopravvento nelle gerarchie del regista, ma è indubbio che la sua estetica formale faccia parte non soltanto di una ricercatezza “stilistica” (qualsiasi cosa voglia dire), ma anche di un più complessivo comparto cinematografico; è con la forma che i suoi film si raccontano, avanzano narrativamente, spiegano ciò che i protagonisti provano e il perché lo fanno.
La trama fenicia, l’ultima pellicola del regista texano, possiede ciò che i suoi due film precedenti non avevano, ma che ha caratterizzato la prima parte della sua carriera: un rapporto emotivo interpersonale che faccia muovere i protagonisti in una certa direzione. La struttura narrativa è quella di Kill Bill del suo amico Quentin Tarantino: un personaggio (in questo caso tre personaggi) devono compiere un viaggio a tappe per poi arrivare a un “boss” finale che ha fatto un grande torto nel passato dei protagonisti. Al posto delle arti marziali e spadate vendicative di Tarantino, ci sono degli accordi finanziari di un ricco magnate (Benicio Del Toro), sempre a un passo dalla morte e che sta cercando di riallacciare un rapporto mai avuto con sua figlia Liesl (Mia Threapleton), divenuta suora e convinta che suo padre ha infidamente assassinato sua madre. I due vengono accompagnati in questo viaggio da Bjorn (Michael Cera), che presto si rivelerà essere qualcos’altro rispetto a un semplice assistente.
Forma che nel recente periodo sta indubbiamente prendendo il sopravvento nelle gerarchie del regista, ma è indubbio che la sua estetica formale faccia parte non soltanto di una ricercatezza “stilistica” (qualsiasi cosa voglia dire), ma anche di un più complessivo comparto cinematografico; è con la forma che i suoi film si raccontano, avanzano narrativamente, spiegano ciò che i protagonisti provano e il perché lo fanno.
La trama fenicia, l’ultima pellicola del regista texano, possiede ciò che i suoi due film precedenti non avevano, ma che ha caratterizzato la prima parte della sua carriera: un rapporto emotivo interpersonale che faccia muovere i protagonisti in una certa direzione. La struttura narrativa è quella di Kill Bill del suo amico Quentin Tarantino: un personaggio (in questo caso tre personaggi) devono compiere un viaggio a tappe per poi arrivare a un “boss” finale che ha fatto un grande torto nel passato dei protagonisti. Al posto delle arti marziali e spadate vendicative di Tarantino, ci sono degli accordi finanziari di un ricco magnate (Benicio Del Toro), sempre a un passo dalla morte e che sta cercando di riallacciare un rapporto mai avuto con sua figlia Liesl (Mia Threapleton), divenuta suora e convinta che suo padre ha infidamente assassinato sua madre. I due vengono accompagnati in questo viaggio da Bjorn (Michael Cera), che presto si rivelerà essere qualcos’altro rispetto a un semplice assistente.
Wes Anderson utilizza una classica ma sempre affascinante modalità di raccontare il rapporto trascendentale/divino: il processo giudiziario. Il personaggio di Del Toro spesso ha esperienze pre-morte che lo rapportano a Dio, per accedere al Paradiso deve prima superare un processo in cui le sue colpe passate e le persone che hanno fatto parte della sua vita lo giudicano legislativamente (vediamo una piccola Liesl e la sua defunta madre interpretata da Charlotte Gainsbourg). Per la narrazione cinica e tipicamente Occidentale del rapporto uomo-cristianesimo l’essere umano è soggiogato dalle leggi, e nel momento fatidico bisogna superare un classico e formale processo.
Il rapporto con il divino è elemento fondamentale soprattutto nel personaggio di Liesl: da poco ha preso i voti e ha voglia di mettersi finalmente in contatto con la sua famiglia rappresentata da suo padre, anche se tutti i personaggi che incontrerà nel cammino (tutti interpretati da grandi star da Tom Hanks a Scarlett Johansson) non fanno altro che ripetergli di aver conosciuto sua madre, inseminando in lei il desiderio di relazionarsi con il padre a patto che qualcosa cambi, e per Wes Anderson la privazione di qualcosa (solitamente di uno status) porta all’acquisizione di qualcos’altro (un legame). È su questo rapporto tra privazione-acquisizione che si basa l’intera narrazione del film.
Spesso accusato di formalismo fine a se stesso, Wes Anderson ci ricorda quanto il suo cinema si basa sul concetto di artigianalità, non inteso come qualcuno che lavora con pochi mezzi, ma come di uomo in contatto con la realizzazione, anche fisica oltre che concettuale, di un qualcosa. Prendere o lasciare… noi prendiamo ancora una volta volentieri.
Il rapporto con il divino è elemento fondamentale soprattutto nel personaggio di Liesl: da poco ha preso i voti e ha voglia di mettersi finalmente in contatto con la sua famiglia rappresentata da suo padre, anche se tutti i personaggi che incontrerà nel cammino (tutti interpretati da grandi star da Tom Hanks a Scarlett Johansson) non fanno altro che ripetergli di aver conosciuto sua madre, inseminando in lei il desiderio di relazionarsi con il padre a patto che qualcosa cambi, e per Wes Anderson la privazione di qualcosa (solitamente di uno status) porta all’acquisizione di qualcos’altro (un legame). È su questo rapporto tra privazione-acquisizione che si basa l’intera narrazione del film.
Spesso accusato di formalismo fine a se stesso, Wes Anderson ci ricorda quanto il suo cinema si basa sul concetto di artigianalità, non inteso come qualcuno che lavora con pochi mezzi, ma come di uomo in contatto con la realizzazione, anche fisica oltre che concettuale, di un qualcosa. Prendere o lasciare… noi prendiamo ancora una volta volentieri.
Di Saverio Lunare