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L'AGENTE SEGRETO

RECENSIONE

L'AGENTE SEGRETO - IL BRASILE DEL 1977 TRA CALCI A UN MANGO E SICARI DEL REGIME

​Pasqualino Settebellezze, Donna Flor e i suoi due mariti, L’esorcista, Omen - Il presagio, Lo squalo e Belmondo ne Le Magnifique. Non solo c’è un cinema al centro del nuovo film di Kleber Mendonça Filho, ma sono presenti i film che vengono proiettati al suo interno.

Il cinema è a Recife e il proiezionista è Alexandre (Carlos Francisco), nonno del piccolo Fernando (Enzo Nunes) che ha tanta voglia di vedere il capolavoro di Spielberg che sta riempendo le sale in un 1977 brasiliano in cui — come sottolineato dalla didascalia iniziale — succedono cose molto particolari. Nel mentre, colui che inizialmente conosceremo con il nome di Marcelo (Wagner Moura), arriva a Recife. È il padre di Fernando, si fa ospitare nella capitale del Pernambuco da Dona Sebastiana (Tania Maria) e presto capiremo il perché non possa stare con suo figlio, è costretto a utilizzare un nome che non è il suo e vive in un “rifugio” comune.

L’agente segreto è anzitutto un film sul Brasile, sui suoi luoghi e sui corpi brasiliani; e come di consueto con i film che raccontano le storie dei desaparecidos è presente un grande contrasto: quello tra la bellezza ammaliante dei luoghi e l’orrore delle vicende narrate. È stato l’ingrediente decisivo anche nel bellissimo Io sono ancora qui di Walter Salles, trionfante l’anno scorso agli Oscar nella categoria miglior film internazionale.
Foto
​Nel film di Kleber Mendonça Filho ogni singola inquadratura è contornata dalla bellezza di un luogo, di un viso o di un corpo, rigorosamente lucido dal sudore. Anche quando un essere umano sta marcendo dentro una stazione di benzina e dei cani vogliono approfittarne banchettando con ciò che ne rimane, o anche quando viene ritrovata una gamba nello stomaco di uno squalo. Sono corpi e luoghi bellissimi, che non sminuiscono mai la crudezza delle immagini mostrate: le vicende terribili che vengono raccontate non sono mai addolcite o patinate dal fascino visivo ed estetico.

Si gioca a calcio con un mango mentre dei sicari vengono assoldati per eliminare qualche individuo “spinoso”, qualcuno che ha fatto qualcosa che non andava fatto a un discendente genovese stabilito nel Paese sudamericano. È l’essenza del Brasile quella che viene messa in scena da Mendonça Filho, e la sequenza in cui il volto e la voce di una giovane donna di nome Fátima (Alice Carvalho) insulta gli uomini del regime è una delle più significative. Ne basta una di sequenza per raccontarci un personaggio che non vedremo più nel corso del film, ma di cui abbiamo capito tutto: carattere, convinzioni, personalità.

L’agente segreto è colmo di personaggi così, e la sua grandezza è quella di saper distribuire i 161 minuti di durata nell’insieme di caratteri e caratteristi — è presente anche l’ultimo ruolo di Udo Kier, di nuovo in un’unica ma impressionante sequenza — travolgendo lo spettatore attraverso un ritmo raramente replicabile, senza mai accelerare, seguendo le note di una danza brasiliana o i movimenti di un dribbling immarcabile, il tutto all’interno di una delle pagine più nere della storia di un Continente.
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Di Saverio Lunare
30/01/2026

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