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L'AMORE CHE NON MUORE

RECENSIONE


​L'AMORE CHE NON MUORE - LA SQUILIBRATA E VIBRANTE VITALITÀ DI GILLES LELLOUCHE

Nell’ultimo film di Gilles Lellouche, presentato alla 77ª edizione del Festival del cinema di Cannes, è presente un amore nel corso degli anni, una scalata criminale, il carcere, la redenzione, la passione che resiste nel tempo e nelle avversità della vita. C’è di tutto, forse troppo, e non sempre con equilibrio (anzi), ma non si può non apprezzare la vitalità, la vibrante voglia di cinema che pervade la pellicola, che fa di tutto per ricordare allo spettatore che sta vedendo un film, che è in un mondo irreale e che storie così sono possibili soltanto all’interno di narrazioni predefinite e lo fa con un’idea produttiva da grande cinema.

Jackie e Clotaire (Mallory Wanecque e Malik Frikah) sono due adolescenti a metà anni ‘80 che stanno vivendo un amore da sogno, nonostante le differenze di classe e comportamentali: razionale e brillante lei, irruento e sempre in cerca di guai lui. Irruenza che porterà Clotaire a instaurare rapporti con la criminalità francese. Dopo un colpo andato male il ragazzo si assumerà delle colpe non sue e finirà in carcere. Dieci anni più tardi Jackie (da adulta interpretata da Adèle Exarchopoulos) sta cercando di rifarsi una vita ma la riapparizione di Clotaire (François Civil) riaccenderà in lei quella passione che non è mai stata realmente spenta.
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Se si dovesse analizzare L’amore che non muore (in originale L’amour Ouf, giocando con l’anagramma di Fou, riprendendo il titolo del film di Jacques Rivette) soltanto con la testa, non si può fare a meno di notare lo squilibrio strutturale del film, con degli atti mai realmente compatti (quello centrale è denso di avvenimenti, in quello finale la dilatazione del tempo fa da padrone) e il barocchismo di fondo: un chewing gum masticato diventa un cuore e inizia a pulsare, una salita al potere criminale viene messa in scena attraverso un montaggio serrato con tanto di banconote che piovono dal cielo in dissolvenza, per citare soltanto alcuni dei momenti più bonariamente definibili “di troppo”.
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Per fortuna un film non va analizzato soltanto con la testa ma anche con la pancia, ed è lì che Lellouche gioca in verticale e colpisce a fondo. Per farlo decide di lavorare con, un’apparente paradossale, semplicità drammaturgica. Inizialmente abbiamo analizzato come nel film ci sia di tutto, ma questo “caos” ruota attorno a un punto focale narrativo (che poi è quello di ogni mélo sentimentale: la relazione sentimentale) su cui concentrarsi. Ci sono gli elementi che girano intorno a quel rapporto, che lo inaspriscono, lo rendono travagliato, mettono in dubbio la conclusione del cerchio, ma che alla fine non intaccheranno sulla completezza finale di esso. Gli stilemi sono classici ma estremamente funzionali, la vibrazione sensoriale che lo spettatore sente è quella giusta, ed è perfettamente in linea con quella che i protagonisti percepiscono, come in una delle sequenze migliori dell’intero film: quella della prima reale sensazione erotica-sentimentale che i due provano, trasmessa dallo sguardo di Jackie mentre osserva Clotaire con il volto ricoperto di sangue durante una rissa, in quel momento il tempo si cristallizza e la mente dei due inizia a viaggiare come se fossero in un musical anglosassone, con tanto di onirico stacchetto.

Sono questi i momenti che rendono L’amore che non muore un’opera da vivere con il corpo più che con la mente, ma che in un aspetto deve far riflettere anche più ideologicamente: l’idea produttiva alla base di un film del genere. Come la Francia stia creando un proprio star system interno non soltanto attoriale - ci sono grandissimi nomi del cinema francese in questo film, dalla Exarchopoulos, a Raphaël Quenard, da Vincent Lacoste ai belgi Benoît Poelvoorde e Anthony Bajon; e a co-sceneggiare il film insieme a Lellouche ci sono Ahmed Hamidi e la vincitrice del Leone d’Oro Audrey Diwan - e come riesca a farlo convivere in produzioni così imponenti per gli standard europei (oltre 35 milioni), è qualcosa che va analizzato, studiato e possibilmente imitato.
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Di Saverio Lunare

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