LE ASSAGGIATRICI - SOLDINI CI RICORDA QUANDO ERAVAMO RE, MA NON REGGE IL CONFRONTO
mmaginatevi un film, sulle orme di La zona d’Interesse (2023), dove al centro della narrazione c’è lo chef del Führer. Lo vediamo per un’ora impegnarsi in cucina, creando fantasiosi piatti che ci vengono meravigliosamente estetizzati, qualcosa nello stile de Il gusto delle cose (2023) per intenderci. Soltanto nell’ultima mezz’ora lo spettatore scopre che questi piatti sono destinati a Hitler e devono passare la trafila delle assaggiatrici: giovani donne tedesche che vengono costrette ad assaggiare le pietanze destinate al dittatore per verificarne il mancato avvelenamento. Nella seconda parte di questo film che, purtroppo, non abbiamo osserviamo strategie, schemi e giochi di potere all’interno del nucleo di donne, coinvolgendo anche le loro relazioni con i gendarmi tedeschi. Avremmo avuto la nostra versione del film di Jonathan Glazer, rifacendoci ad un cinema in cui eravamo Re: dal capolavoro di Liliana Cavani: Il portiere di notte (1974), alla rappresentazione dell’anarchia del potere nell’ultimo film di Pier Paolo Pasolini: Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).
E invece ciò che abbiamo avuto è un insipido, banale e vuoto mélo bellico, in cui non risalta nessuna voglia di perturbare lo spettatore, di sconvolgerlo, di esaminare dinamiche di potere legate al corpo femminile e al suo sfruttamento.
Nel 1943, Rosa (Elisa Schlott) parte da Berlino per raggiungere il confine orientale del Paese. Presto la Rosa scoprirà che in quella parte di Germania, Hitler ha stabilizzato il suo quartier generale e ossessionato dalla paura che il suo cibo possa essere avvelenato delega giovani donne tedesche ad assaggiare il suo cibo per verificarne l’innocuità. Rosa fa parte di una di queste donne e quando farà la conoscenza di Ziegler (Max Riemelt), guardia delle SS, in lei si risveglieranno desideri e pulsioni sessuali, messe da parte da quando suo marito è partito per il fronte russo senza mai fare ritorno.
E invece ciò che abbiamo avuto è un insipido, banale e vuoto mélo bellico, in cui non risalta nessuna voglia di perturbare lo spettatore, di sconvolgerlo, di esaminare dinamiche di potere legate al corpo femminile e al suo sfruttamento.
Nel 1943, Rosa (Elisa Schlott) parte da Berlino per raggiungere il confine orientale del Paese. Presto la Rosa scoprirà che in quella parte di Germania, Hitler ha stabilizzato il suo quartier generale e ossessionato dalla paura che il suo cibo possa essere avvelenato delega giovani donne tedesche ad assaggiare il suo cibo per verificarne l’innocuità. Rosa fa parte di una di queste donne e quando farà la conoscenza di Ziegler (Max Riemelt), guardia delle SS, in lei si risveglieranno desideri e pulsioni sessuali, messe da parte da quando suo marito è partito per il fronte russo senza mai fare ritorno.
Tratto dall’omonimo romanzo di Rossella Pastorino (ma come abbiamo visto con Glazer, i romanzi si possono piegare e adeguare alle esigenze cinematografiche). Sembra come se chiunque avesse lavorato a Le assaggiatrici, abbia trascurato le potenzialità più intriganti che questo racconto potesse fornire e si fosse impegnato a raccontarci e a mettere in scena tutto ciò che di marginale e di meno interessante si potesse restituire allo spettatore. Ed è così che il film di Silvio Soldini non riesce ad andare oltre uno strato superficiale da classico melodramma sentimentale (e anche poco ispirato); non c’è nessuna attenzione morbosa all’aspetto più innovativo e affascinante dell’intero racconto: i piatti destinati ad Adolf Hitler. Era quello il focus narrativo su cui una pellicola del genere doveva basarsi per poter teorizzare, in maniera non scontata, l’inquietante banalità delle persone al servizio del Terzo Reich, solo che al posto di una famiglia che si prende cura del proprio giardino confinante con Auschwitz, abbiamo uno chef che prepara pietanze prelibate.
E non si venga a dire che certe cose si possono fare soltanto al di fuori del nostro contesto nazionale, perché siamo stati noi i primi a mettere in scena il perturbante sentimento di legame con il potere e l’inquietante normalità di chi ha schiacciato parte del Novecento per assecondare il proprio egocentrismo, non tanto ideologico (quello è secondario), quanto personale. Un tempo eravamo Re, ma quando abbiamo l’opportunità di rifarci a quel cinema facciamo Le assaggiatrici…
Di Saverio Lunare
E non si venga a dire che certe cose si possono fare soltanto al di fuori del nostro contesto nazionale, perché siamo stati noi i primi a mettere in scena il perturbante sentimento di legame con il potere e l’inquietante normalità di chi ha schiacciato parte del Novecento per assecondare il proprio egocentrismo, non tanto ideologico (quello è secondario), quanto personale. Un tempo eravamo Re, ma quando abbiamo l’opportunità di rifarci a quel cinema facciamo Le assaggiatrici…
Di Saverio Lunare