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LE CITTÀ DI PIANURA

RECENSIONE


LE CITTÀ DI PIANURA - IL VENTO DEL NORD-EST

Prima Laura Samani (Piccolo Corpo, Un anno di scuola), adesso Francesco Sossai; a quanto pare il miglior cinema italiano si fa nel nord-est.
Dal Veneto arriva Sossai, che dopo il suo film d’esordio Altri Cannibali (2021) e lo splendido cortometraggio passato alla Quinzaine des réalisateurs del festival del cinema di Cannes Il compleanno di Enrico (2023), arriva in sala con il suo nuovo film — presentato anch’esso a Cannes ma nella sezione Un certain regard — Le città di pianura.

Due cinquantenni (Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla) nostalgici degli anni ‘90 e vittime della crisi del 2008, passano le loro nottate tra bar e locali del Veneto con l’ossessione dell’ultimo giro. In una di queste notti conoscono Giulio (Filippo Scotti), un giovane studente di architettura rigido e composto, che affronterà con loro una di quelle nottate infinite.

Il punto di partenza è Il Sorpasso di Dino Risi e la voglia è quella di muoversi all’interno dell’acre commedia all’italiana, da sempre capace di raccontare il Paese attraverso personaggi connessi con l’andamento sociale, economico e geografico dell’Italia. Francesco Sossai con Le città di pianura modernizza quel genere e quello stile che ha contribuito a renderci cinematograficamente importanti nel mondo. Il boom economico diventa la crisi del 2008, con la fine del sogno della piccola e medio impresa, e il decadimento della vita contemporanea viene nascosto dall’unico rifugio possibile, quello delle nottate che non finiscono, in cui lo stato umano viene alterato dalla gradazione alcolica e l’ultimo giro coincide con la ricerca di un’ultima possibilità di poter rialzare la propria vita.
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Ed è bravissimo Sossai nel non edulcorare mai i suoi protagonisti. Senza pietismo o appiattimento morale il regista racconta politicamente gli uomini del nostro Paese, vittime del sistema ma anche di loro stessi, maschere di una generazione ricca di speranze e sogni che sono stati infranti. E attraverso l’incontro con Giulio, disinnamorato della vita, troveranno forse un nuovo scopo e un nuovo obiettivo, quello di risvegliare in lui la vitalità che sembrava nichilisticamente svanita, e altrettanto farà lui con loro, portandoli in un luogo in cui la morte (simbolo della situazione del Paese e dunque condivisa dai due spiantati) viene innalzata dall’arte architettonica.

“Pensavo fosse amaro e invece alla fine è dolce” Il personaggio interpretato da Sergio Romano descrive così il suo inaspettato gusto di gelato, ma è quasi come se Sossai descrivesse anche il senso del suo film, attraverso un velo — sottile — di speranza all’interno di un profondo nichilismo umano.

È un grande modo di fare cinema connesso ai luoghi, ma senza mai l’esigenza di venderli o impacchettarli, ma rendendoli parte integrante — per davvero — di un significato, di un racconto e di un film.

Tra il Friuli dell’eccezionale Laura Samani e il Veneto di Francesco Sossai, una cosa è certa: il vento del nord-est italiano sta facendo bene alla qualità del nostro cinema.
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Di Saverio Lunare
21/09/2025

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