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LA CLASSE (ENTRE LES MURS) E UNA SPIEGAZIONE PER TUTTO

SPECIALE

L'EUROPA ALL'INTERNO DELLE MURA SCOLASTICHE - LA CLASSE (ENTRE LES MURS) E UNA SPIEGAZIONE PER TUTTO

Laurent Cantet nel 2008 e il giovane Gábor Reisz, oltre quindici anni dopo, hanno deciso di raccontare il proprio Paese attraverso rapporti sociali ambientati all’interno del contesto scolastico. È il luogo in cui un essere umano passa più tempo nella prima parte della sua vita; è lì che il gusto, il credo politico, le relazioni umane, le proprie passioni e rinnegazioni si creano, è l’ambiente di formazione per eccellenza, quello che impatterà maggiormente all’interno della crescita personale. Non sembra un caso che i due registi, in maniera diversa e con stili completamente opposti, abbiano deciso di raccontare la società affrescandola all’interno delle mura didattiche. Ovviamente non sono stati i primi a lavorare in questo modo, basti pensare a Jean Vigo che nel 1933 con il suo Zéro de conduite, anticipa tutti mettendo in scena la scuola come luogo d’oppressione per eccellenza e come la ribellione sociale e politica parte proprio dall’infanzia, con il sovvertimento del potere da parte degli studenti oppressi come simbolo del moto anti-sistematico che supera le barriere scolastiche, per parlare ad un Paese intero. I due film che analizzeremo in questo articolo non si distaccano da ciò che Vigo, oltre novant’anni fa, ha teorizzato nel suo mediometraggio. Sia Cantet che Reisz raccontano dinamiche interne all’ambiente educativo che oltrepassano quel luogo per parlare di società e collettività democratica (o simil-tale).

LA CLASSE (ENTRE LES MURS) - IL SISTEMA PEDAGOCICO IN CONFRONTO CON LA NUOVA FRANCIA

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Nel 2008 trionfa al Festival del cinema di Cannes, il film diretto da Laurent Cantet ibrida il falso documentario d’osservazione alla finzione, per parlare di come il sistema scolastico si sta rapportando con la Francia delle seconde/terze generazioni, in cui il peso di essere parte del nuovo ingranaggio di uno dei Paesi con più fusione etnica di tutta Europa - soprattutto grazie ai processi di de-colonizzazione - impatta nelle giovani generazioni, che cercano il contrasto e l’opposizione rispetto al “vecchio” ingranaggio, quello dominante in Europa per tutto il ‘900 ma che nel nuovo millennio deve imparare a decentralizzarsi.

La base è High School (1968) di Frederick Wiseman, dove il maestro del documentario statunitense, racconta la condizione sociale vissuta all’interno della scuola da parte dei giovani americani. Con il meccanismo del direct cinema, in cui il regista non è il fulcro ma al centro c’è soltanto ciò che la macchina riprende e restituisce allo spettatore (potremmo ragionare sulla contraddizione interna rispetto a questa definizione per ore e su quanto in realtà il regista impatti sempre sulla scelta di ciò che va ripreso, montato e mostrato), immagini in cui i giovani studenti e i professori statunitensi passano una tipica giornata all’interno delle mura didattiche. Laurent Cantet prende High School e lo ibrida alla finzione, ci racconta le giornate degli alunni di una problematica classe di scuola media attraverso il rapporto che i studenti hanno con l’insegnate François Bégaudeau, professore anche al di fuori della finzione cinematografica e scrittore del libro da cui è tratta la pellicola.
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Partirà da qui un gioco di potere e influenza reciproca, in cui l’istruttore cercherà di rapportarsi con gli alunni attraverso il loro modo di fare, utilizzando spesso il loro colorito linguaggio, cercando di avere un contatto con loro immedesimandosi in una generazione totalmente opposta alla sua, ma ciò otterrà il processo opposto e invece che un avvicinamento si arriverà al vero e proprio scontro sociale. La Classe (Entre les murs) racconta l’incomunicabilità generazionale che intercorre tra il sistema scolastico, incapace di adattarsi realmente al nuovo che avanza e al cambiamento, e le nuove generazioni che devono ancora trovare un’identità personale e che nell’epoca velocissima (il film di Cantet è di oltre diciassette anni fa e questo meccanismo si è maggiormente sviluppato rispetto al 2008) che stiamo vivendo aumenta l’ansia performativa di giovani a cui è negata la possibilità di sbagliare e di adattarsi con i propri tempi. Una situazione sociale che esula dalla scuola e che racconta come la Francia debba vivere questo necessario processo di integrazione sociale, ma che l’eliminazione della ghettizzazione (basti osservare le condizioni delle banlieue parigine) è ancora ben lontano dall’essere realtà. E ciò passa da quell’ambiente in cui le differenze sociali vengono maggiormente evidenziate, da quel sistema che il sociologo e studioso Bourdieu definiva come luogo di riproduzione delle differenze sociali già presenti: la scuola.

UNA SPIEGAZIONE PER TUTTO - RACCONTARE LE CONTRADDIZIONI DI UN PAESE ATTRAVERSO UN ESAME DI MATURIT​À

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Quando nel corso di un Festival arriva l’insospettabile sorpresa, la soddisfazione per aver centrato il film giusto aumenta. Ciò è avvenuto all’80ª edizione della Mostra del cinema di Venezia, dove Una spiegazione per tutto di Gábor Reisz ha sbaragliato la concorrenza di opere magistrali come Tatami diretto dalla coppia Guy Nattiv-Zar Amir Ebrahimi e Ombra di Fuoco del grandioso Shin'ya Tsukamoto, trionfando nella selezione parallela al concorso: Orizzonti.
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Abel (Adonyi-Walsh Gáspár) è alle prese con l’esame di maturità, la sua testa però è più occupata a pensare alla compagna di classe Janka (Lilla Klizinger) che a studiare. Il giorno dell’esame il ragazzo si presenterà con una coccarda tricolore spillata alla giacca, il professore di storia dalle idee progressiste Jakob (András Rusznák) durante la scena muta del ragazzo, farà notare ad Abel la sua spilla e domanderà il perché indossi quel simbolo politico. Questa innocua domanda si trasformerà in un caso mediatico e le ipocrisie del Paese verranno a galla.

All’inizio sembra un classico coming-of-age, presto si trasformerà in un affresco sociale dove vengono rappresentate le contraddizioni dell’Ungheria di Orbán, successivamente in un film sull’etica giornalistica e su quanto un media può stravolgere la realtà dei fatti, e infine tornerà al punto di partenza, mettendo in scena nuovamente la spensieratezza di una gioventù vittima delle guerre dei propri padri. Ciò che sorprende è la capacità che Gábor Reisz possiede nel cambiare registro senza mai farlo notare, riuscendo a realizzare un’opera dall’eccezionale compattezza e universalità.

Perché se è vero che Una spiegazione per tutto parla in primis dell’Ungheria, un Paese con delle fratture insanabili; è anche vero che ciò che Reisz mette in scena può essere associato anche all’atteggiamento di altri Paesi occidentali, dove gli strumenti politici per ribaltare una situazione a proprio favore sono sempre più in voga nell’epoca di forte espansione mediatica. Meravigliosa è la sequenza e le modalità in cui Erika (Rebeka Hatházi), una giovane giornalista stipendiata da una rivista dalle idee conservatrici, verrà a conoscenza della storia di Abel: partendo da un sfogo fatto dal padre del ragazzo al proprio medico, passando per lo stesso che racconta l’avvenimento al guidatore di un taxi, costruendo così una catena di informazioni modificate passaggio dopo passaggio; una rappresentazione di ciò che avviene nella comunicazione social ma messa in scena senza lo strumento tecnologico, un’idea potentissima. La giornalista farà scoppiare il caso a livello mediatico scrivendo un articolo che le farà ottenere la notorietà giusta per scalare le gerarchie lavorative, a differenza del contraccolpo che subirà Jakob, il professore accusato di aver bocciato Abel perché non ne condivideva le opinioni politiche. Il tocco di genio è quando Abel rivelerà le motivazioni del suo atteggiamento, a quell’età non esiste nessuna rivalità politica o sociale, ma l’unico motivo di odio è causato da un amore non corrisposto, da un argomento frivolo ma perfettamente coerente con l’età del ragazzo.

Quanto talento messo in mostra da Reisz; il regista al suo terzo lungometraggio, rivela una capacità eccezionale sia in fase di scrittura che nel controllo registico di ogni sequenza. Dopo essere stato la rivelazione del Festival del cinema di Venezia, ci auguriamo che Una spiegazione per tutto ottenga la notorietà necessaria per far scoprire a più persone possibili questa nuova, intrigante, voce del cinema europeo.

Di Saverio Lunare
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