Addiction Cinema
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
Search by typing & pressing enter

YOUR CART

L'ORTO AMERICANO

RECENSIONE

L'ORTO AMERICANO - UN GOTICO TROPPO TRAVESTITO E ABBOTTONATO

Il grande regista del gotico padano cerca di tornare alle atmosfere che lo hanno reso una delle firme più affascinanti del cinema di genere italiano di seconda ondata. Era il 1976 quando Pupi Avati girò La casa dalle finestre che ridono, rivelandosi al panorama cinematografico nazionale come uno dei talenti più affascinanti nel genere, mettendo in mostra un’eccezionale capacità nel far confluire il perturbante visivo alle ambientazioni fortemente realistiche dell’Emilia Romagna, in un connubio assolutamente vincente.
L’orto americano è il suo ritorno al genere dopo l’ottimo Il signor Diavolo (2019); ma, purtroppo, il regista bolognese, non riesce a ripetersi. La sua ultima pellicola risulta debole soprattutto nelle intenzioni, là dove si è cercato di costruire un’inutile patina che va in contrasto con la solita forza del cinema di Avati, quella del creare una disconnessione nello spettatore per la vicinanza della realtà quotidiana a quella folle e nascosta dell’orrore umano.

In un’Italia reduce dal secondo conflitto mondiale, un giovane scrittore di romanzi (Filippo Scotti) si invaghisce di un’ausiliaria statunitense di nome Barbara (Mildred Gustafsson). Un anno dopo lo scrittore farà un’esperienza in America, per cercare idee nuove per il proprio romanzo, e casualmente, alloggerà nella casa affianco di quella della madre di Barbara (Rita Tushingham) che rivelerà al giovane che sua figlia non ha mai fatto ritorno a casa. Contemporaneamente, lo scrittore percepirà inconsuete urla provenire dall’orto che separa le due case. Quando farà ritorno in Italia, il giovane continuerà la propria ricerca di Barbara e assisterà ad un processo che probabilmente potrà risolvere il mistero.
Picture
La forza cinematografica non è più quella di un tempo, ma questo non è un problema. A livello puramente tecnico ciò che Avati doveva darci ce lo ha dato, attraverso una carriera a volte discontinua, ma che contiene perle indiscutibili, e non soltanto nel panorama orrorifico. Ciò che delude di L’orto americano è l’insufficiente quantità di perturbante. Dov’è quella capacità che da sempre ha contraddistinto gli horror avatiani? E soprattutto, dov’è la mano di Sergio Stivaletti? Perché avere a disposizione uno dei più grandi effettisti italiani di sempre e non sfruttarlo a dovere, in un film che ne avrebbe avuto assolutamente bisogno? Non è un caso che la sequenza migliore riguarda proprio un effetto speciale, con la presenza, quella sì, realmente perturbante, di un’organo riproduttivo femminile all’interno di un barattolo di pesche sciroppate; ma è una sequenza troppo isolata, troppo circondata da una patina estetica ingiustificata.

È questa la problematica principale di un film che avrebbe potuto realmente restituire ciò che ha reso grande il cinema orrorifico di Avati; ma che invece preferisce mettersi la camicia, abbottonarsi, pettinarsi e privarsi di quel senso del “malato” necessario in un film del genere.

Di Saverio Lunare

Email

[email protected]