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L'UOMO CHE CADDE SULLA TERRA

SPECIALE

L'UOMO CHE CADDE SULLA TERRA - DAVID BOWIE E L'IRRIVERENTE ESIBIZIONE DEL DOPPIO

​«There's a Starman waiting in the sky
He'd like to come and meet us
But he thinks he'd blow our minds»

 
Sin dal suo esordio, Performance (1970), co-diretto con Donald Cammell, Nicolas Roeg si dimostra capace di restituire sfrontatamente l'estetica e la poetica delle rockstar più ribelli in voga, integrando la loro iconografia pop all'interno di narrazioni non convenzionali. D’altronde, se si parla dell’adattamento cinematografico del romanzo L’uomo che cadde sulla Terra, è inevitabile l'associazione con l’immaginario di Ziggy Stardust, alter ego più iconico di David Bowie, la cui aura carismatica si fonde con la sua interpretazione di Thomas Jerome Newton.
 
C’è un filo sottile che lega i due personaggi: mentre nel concept album omonimo, Ziggy è il messaggero umano che annuncia l’arrivo di un alieno in grado di salvare la Terra, rimasta a corto di risorse naturali; nel film di Roeg, Newton è un alieno che scende sul nostro pianeta per cercare l’acqua in grado di salvare il suo mondo d’origine, devastato dalla siccità. In entrambi i casi, i personaggi, oltre a portare il volto di David Bowie, affrontano una parabola di ascesa e discesa, finendo per cadere vittime delle proprie fragilità.
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"Forse lei non è così diverso signor Newton"

L’alieno che studia la realtà umana da esterno, rappresentando il “diverso”, non è certamente un tema nuovo nella storia del cinema, ma l'originalità di L’uomo che cadde sulla Terra risiede proprio nell’accostamento consapevole all'universo di David Bowie, profondamente radicato nell'immaginario collettivo dell'epoca. Roeg gioca con l’aura misteriosa di Thomas per quasi l’intera durata del film, costringendo lo spettatore a colmare i vuoti non solo sulla sua natura enigmatica ma anche tra gli eventi della storia. Inoltre, questa figura extraterrestre non sembra particolarmente interessata all’esistenza degli esseri umani in sé, quanto a come si rappresentano e come si comportano nei film che guarda in televisione, strumento attraverso cui Newton interpreta il mondo che lo circonda. Tanto che le immagini che guarda riflettono spesso ciò che succede nella realtà che vive, fino al punto in cui appare egli stesso all’interno di uno spot pubblicitario.
 
Tema cardine della filmografia di Nicolas Roeg è il doppio: la dualità dell’identità e la sua rappresentazione. Da un lato, Bowie ha una sua versione aliena, diligente e razionale, intenta a rischiare tutto per salvare il suo pianeta e la sua famiglia; dall’altro c’è la sua versione umana, che inizia una relazione extraconiugale, scopre la ricchezza materiale, l'alcol, la televisione.

Come già accaduto in Performance, il momento in cui le due identità si sovrappongono segna l’inizio di un viaggio visivo dentro il desiderio – di qualsiasi tipo – plasmato da un forte richiamo allo stile sperimentale di Kenneth Anger: sequenze psichedeliche caratterizzate dall’impiego di glitter, colori accesi, luci intense, filtri e un montaggio serrato.
Questa sperimentazione visiva crea un contrasto dinamico con l’estetica asciutta del resto della pellicola, riflettendo maggiormente la natura duale di Newton.
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​“Per ardua ad astra”

Il doppio si ricollega perfettamente all’idea di maschera. Ziggy, come tutti gli altri alter ego di Bowie, è prima di tutto un travestimento che permette a chi vi sta dietro di nascondere le proprie debolezze e uscire fuori dagli schemi. Il fatto che l’artista abbia scelto non di interpretare una parte, ma di diventare il suo stesso alter ego, assumendo identità in contrasto tra loro (si veda Il Duca Bianco), anche fuori dal palco, fu un evento rivoluzionario all’epoca. Uno dei passaggi decisivi verso una concezione dell’identità fluida e performativa, che caratterizza ancora oggi il nostro rapporto con il mondo che ci circonda. Basti pensare alla costruzione di alter ego digitali sui social.
 
Ma la maschera di Thomas non è una scelta, e non ha alcuna possibilità di liberarsene. Restare a lungo dentro il suo alter ego lo fa soffrire fino a sprofondare nella solitudine e nella dipendenza dall’alcol, conseguenza diretta della sua permanenza prolungata dentro il sistema capitalistico della società umana.
Persino nella realtà, l’incarnazione costante di una maschera porta David Bowie a sentirsi alienato sia da se stesso che dal mondo. L’artista stesso ha dichiarato che, anche a causa delle dipendenze che aveva all’epoca, il suo stile di recitazione nel film è stato genuino (“una buona dimostrazione di qualcuno che si sta letteralmente sgretolando davanti ai tuoi occhi”[1]).
 
Il quesito “Is there life on Mars?” si è rapidamente capovolto in “Is there life on Earth?”. Tanto che la stessa Mary-Lou, amante del protagonista, afferma che quando si ha bisogno di dare un senso alla propria vita spesso lo si cerca tra le stelle del cielo notturno. Ma, come recita invece il dottor Bryce, al quale Thomas chiede aiuto per tornare a casa, “per ardua ad astra”, ovvero, la via che porta alle stelle è piena di ostacoli. Non a caso, una scena fa esplicitamente riferimento all’Icaro di Pieter Bruegel, la cui caduta lascia indifferenti gli esseri umani intorno a lui, portandolo non solo alla morte fisica ma soprattutto spirituale.
 
Quando L’uomo che cadde sulla Terra arriva nelle sale nel 1976, l’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars era uscito soltanto da quattro anni, ed era già chiaro che aveva segnato l’inizio di una nuova epoca.
​

[1]  V. Campbell, Bowie at the Bijou, in “Movieline”, vol. 3, n. 7, aprile 1992, pp. 86-87
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Di Roberta Bellia
25/04/2026

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