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L'UOVO DELL'ANGELO

RECENSIONE


L'UOVO DELL'ANGELO - IL VIAGGIO PIÙ ENIGMATICO DELL'ANIMAZIONE GIAPPONESE

​Per la prima volta dal 1985, arriva in sala in versione restaurata con Lucky Red L’uovo dell’angelo, capolavoro d’animazione firmato Mamoru Oshii. Sembra quasi impossibile pensare che un’opera così misteriosa e fuori dal tempo, nonostante il suo status di cult per gli appassionati, sia rimasta a lungo inedita e abbia dovuto attendere quarant’anni per trovare il suo spazio sul grande schermo.

Gli anni ’80 rappresentano un momento di rottura per l’animazione giapponese: una nuova generazione di autori si stacca dalla cultura otaku, rifiuta la serialità e le logiche commerciali e inizia a costruire opere personali, spesso criptiche e critiche verso la società del tempo. Sono gli anni in cui emergono autori come Satoshi Kon, Hayao Miyazaki, Yoshiaki Kawajiri, Katsuhiro Otomo e tanti altri. Oshii è tra questi pionieri, e dopo i suoi lavori sulla popolare serie Urusei Yatsura (Lamù), L’uovo dell’angelo, prodotto come OAV da Studio Deen e Tokuma Shoten è il suo primo, radicale atto di libertà creativa.

Il viaggio più enigmatico dell’animazione giapponese si apre come un quadro vivente. Una bambina dai capelli argentati, figura eterea e quasi spettrale, protegge un misterioso uovo in un mondo in rovina, distrutto da un altro diluvio universale, o forse prigioniero in un eterno stato di pre-apocalisse. Non sappiamo cosa sia successo, né se qualcuno o qualcosa abbia condannato alla desolazione quel luogo, ormai popolato da strane macchine organiche e da soldati ridotti a statue o automi, che inseguono ombre in un eterno rituale di morte. Il viaggio della bambina sarà segnato dall’incontro con un misterioso ragazzo, figura cristologica che si porta dietro una strana arma a forma di croce, e che sembra interessato al mistero che si cela dietro l’uovo, possibile chiave per svelare il senso della propria esistenza. Forse solo la distruzione può portare a una nuova rinascita, o forse non c’e davvero più speranza per il genere umano, condannato a vagare in una dannazione eterna.
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L’uovo dell’angelo è un’opera che rifiuta la narrazione classica e abbraccia un’esplorazione radicale delle immagini e dei tempi morti. Le inquadrature cercano di catturare la vastità e la rovina di questo mondo rarefatto, ma al loro interno nascondono in realtà miniature meticolose, di una precisione quasi maniacale, alla ricerca ossessiva di un equilibrio nell’immagine. Ogni scenario è un mondo che respira per conto suo, sospeso tra la pittura metafisica, il surrealismo e le architetture biomeccaniche di H. R. Giger.

Merito anche delle illustrazioni di Yoshitaka Amano (character designer della saga videoludica Final Fantasy), che donano ai personaggi e alle ambientazioni un fascino etereo, tra gotico e cyberpunk; nell’immaginario da lui creato, l’essere umano ha perso la sua centralità, è minuscolo, quasi irrilevante, schiacciato dall’immensità di ciò che lo circonda e dall’orrore delle sue stesse creazioni. In mezzo a questa densità visiva, abbondano i riferimenti biblici: un’Arca capovolta, un diluvio che potrebbe essere appena finito, l’attesa di una colomba e quindi di una pace che forse non arriverà mai. Il mondo è devastato, condannato da qualcosa di più grande o dalla stessa stupidità umana, e Oshii, che non ha mai smesso di criticare la guerra nei suoi film, ce lo lascia intuire senza dirlo.

A prevalere sui pochissimi dialoghi, che rimangono come un’eco lontana, sono le inquietanti musiche di Yoshihiro Kanno e i silenzi di un mondo ormai svuotato di vita, che uniti allo stile elegante dell’animazione conferiscono all’opera una natura misteriosa e indecifrabile. Oshii dilata i tempi a dismisura, gioca con la mente dello spettatore creando una tensione costante 
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​intorno a un pericolo che non sembra però esistere. I punti di vista e le inquadrature sempre differenti e inusuali, avanguardisti per l’animazione degli anni 80, spingono all’estremo quanto possa comunicare un’immagine senza bisogno di dialoghi o azione. Il risultato è un cinema d’autore puro, un esperimento che anticipa molti dei temi che Oshii svilupperà fino a Ghost in the Shell: l’ossessione per il tempo, la tensione fra sogno e realtà, l’estraneità dell’uomo rispetto al suo stesso ambiente.

L’uovo dell’angelo rimane indecifrabile, volutamente refrattario a ogni interpretazione univoca: è tutto un sogno, o le figure che vediamo sono strascichi della memoria di un mondo che fu? È la visione apocalittica di una possibile realtà futura, o è solo uno straordinario esercizio di stile di un regista che sperimentando crea sequenze piene di inventiva e cariche di una potentissima espressione visiva? Oshii non dà risposte, ma ciò che sorprende, oggi come allora, è la sua capacità di parlare ancora al nostro presente: un mondo spaesato, in bilico, che continua a cercare nell’immagine — e nell’immaginazione — un senso che sfugge.

Quarant’anni dopo, L’uovo dell’angelo conferma il suo statuto di oggetto cinematografico unico: un lavoro che rifiuta la linearità e che mette al centro lo sguardo, la costruzione dello spazio e l’attesa. Un’opera radicale, che continua a dividere e a interrogare, da poter finalmente fruire sul grande schermo.
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Di Francesco Paolo Francini
05/12/2025

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