MAGELLAN - I FANTASMI NELLA TESTA DEI CONQUISTATORI EUROPEI
Il nuovo film di Lav Diaz — presentato nella sezione Cannes Première durante il festival del 2025 e in anteprima italiana in Piazza Maggiore a Bologna — è l’interpretazione che il regista filippino ha dato alla tentata impresa colonizzatrice di Ferdinando Magellano sull’isola di Cebu, la più antica capitale delle Filippine.
Per la prima volta Lav Diaz collabora con una grande star; lo fa in uno dei suoi film più “accessibili”, sia nella durata — i 164 minuti impallidiscono rispetto alle opere più lunghe del regista, capaci anche di superare i 500 minuti — che nel contenuto: un film storico, con elementi di classicismo narrativo e stilistico, pur ribaltando l’agiografia enciclopedica. Gael García Bernal interpreta Ferdinando Magellano, che dopo aver contribuito alla conquista di Malacca capitanata da Afonso de Albuquerque, decide di avviare la sua personale impresa; circumnavigando il globo, alla ricerca di rotte commerciali inesplorate.
Colonizzatori e colonizzabili, conquistatori europei e tribù apparentemente selvagge. I colonizzatori portoghesi cattolici — appartenenti al Vecchio Continente — si liberano dei corpi tagliando le teste, processando gli accusati e incaricando un boia (o chi per lui) di giustiziare le vittime con la pena capitale della decapitazione; il popolo della terra inesplorata lo fa portando in spalla i cadaveri, abbandonandoli alle onde dell’Oceano, connettendosi spiritualmente con quei corpi. Un ribaltamento di ciò che è definibile selvaggio.
Per la prima volta Lav Diaz collabora con una grande star; lo fa in uno dei suoi film più “accessibili”, sia nella durata — i 164 minuti impallidiscono rispetto alle opere più lunghe del regista, capaci anche di superare i 500 minuti — che nel contenuto: un film storico, con elementi di classicismo narrativo e stilistico, pur ribaltando l’agiografia enciclopedica. Gael García Bernal interpreta Ferdinando Magellano, che dopo aver contribuito alla conquista di Malacca capitanata da Afonso de Albuquerque, decide di avviare la sua personale impresa; circumnavigando il globo, alla ricerca di rotte commerciali inesplorate.
Colonizzatori e colonizzabili, conquistatori europei e tribù apparentemente selvagge. I colonizzatori portoghesi cattolici — appartenenti al Vecchio Continente — si liberano dei corpi tagliando le teste, processando gli accusati e incaricando un boia (o chi per lui) di giustiziare le vittime con la pena capitale della decapitazione; il popolo della terra inesplorata lo fa portando in spalla i cadaveri, abbandonandoli alle onde dell’Oceano, connettendosi spiritualmente con quei corpi. Un ribaltamento di ciò che è definibile selvaggio.
Il Ferdinando Magellano di Lav Diaz è un uomo inseguito dai fantasmi, sia di chi ha lasciato a Lisbona — la moglie Beatriz, in dolce attesa — che di chi incontrerà nella “nuova terra”. E sarà proprio un fantasma a porre fine alla sua impresa, a giustiziarlo come lui ha giustiziato membri della sua spedizione: tagliandogli la testa.
Nella rappresentazione visiva degli europei in viaggio, Lav Diaz si affida al romanticismo pittorico seicentesco, con la messa in scena fortemente connessa allo stile artistico del Vecchio Continente. Quando siamo nella terra filippina, lo stile visivo si trasforma in una sorta di El abrazo de la serpiente a colori, asciugando il più possibile le inquadrature.
Il contrasto visivo si connette con quello narrativo; con i due mondi che si scontrano nella battaglia finale, con le differenze spirituali esaltate dal modo di rapportarsi alla morte, con la sottovalutazione — tipicamente europea — di tutto ciò che non appartiene al Continente e che nella testa dei colonizzatori dovrebbe essere assorbito e sfruttato.
Nella rappresentazione visiva degli europei in viaggio, Lav Diaz si affida al romanticismo pittorico seicentesco, con la messa in scena fortemente connessa allo stile artistico del Vecchio Continente. Quando siamo nella terra filippina, lo stile visivo si trasforma in una sorta di El abrazo de la serpiente a colori, asciugando il più possibile le inquadrature.
Il contrasto visivo si connette con quello narrativo; con i due mondi che si scontrano nella battaglia finale, con le differenze spirituali esaltate dal modo di rapportarsi alla morte, con la sottovalutazione — tipicamente europea — di tutto ciò che non appartiene al Continente e che nella testa dei colonizzatori dovrebbe essere assorbito e sfruttato.
Di Saverio Lunare
05/07/2026