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MAGIC FARM

RECENSIONE

MAGIC FARM - LA DEONTOLOGIA GIORNALISTICA SACRIFICATA ALLA VIRALITÀ

​A distanza di quattro anni dall’esordio El Planeta (2021), Amalia Ulman torna con Magic Farm, commedia satirica che mette in discussione la deontologia giornalistica in un sistema in cui si privilegia la viralità a ogni costo. Il film, presentato al Sundance e poi a Berlino, distribuito in Italia su Mubi dal 14 novembre, prosegue il percorso dell’artista newyorkese sulla manipolazione delle narrazioni e sulla spettacolarizzazione della realtà.

Ulman divenne celebre nel 2014 con la sua performance su Instagram, poi esposta in una mostra al Tate Modern di Londra: vi interpretava il ruolo di una “ragazza perfetta”, fabbricando una vita ideale disseminata di notizie false: da un presunto intervento di chirurgia estetica a una gravidanza fittizia. Quando rivelò che tutto era uno scherzo, la performance fu interpretata come un commento sulla disinformazione e sulla facilità con cui, sui social network, è possibile costruire uno storytelling ingannevole. Non sorprende, dunque, che il suo cinema continui a indagare gli stessi temi, mettendo in scena le dinamiche di sfruttamento mediatico.

Magic Farm racconta la (dis)avventura di un gruppo di giornalisti millennial inviati in Argentina con l’obiettivo di produrre un contenuto virale. Avendo sbagliato città, per non tornare a mani vuote decidono di sfruttare gli abitanti del luogo per creare un trend ex novo. I personaggi sono narcisisticamente assorbiti dalle proprie idiosincrasie e dalla vita privata, a tal punto da non cogliere quello che accade attorno a loro – materiale che avrebbe un autentico valore giornalistico. 
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​Nel piccolo villaggio rurale in cui si ritrovano, gli agricoltori abusano del glifosato, sostanza tossica contenuta in alcuni erbicidi, causando gravi problemi di salute alla popolazione. Gli abitanti subiscono così una doppia tossicità: da un lato quella chimica delle sostanze irrorate intorno alle loro case, dall’altro quella dello sguardo occidentale, che li riduce a meri fenomeni da baraccone in chiave social. Amalia Ulman stabilisce un parallelismo provocatorio fra la nocività del glifosato e quella del giornalismo votato esclusivamente alla viralità. Una critica che si estende al senso di superiorità americano, che guarda l’altro dall’alto in basso, sentendosi legittimato a usarlo per un guadagno personale.

Lo stile di Magic Farm è esuberante e volutamente sopra le righe: la regista ricorre a colori saturi, lenti fisheye e riprese a 360 gradi per costruire un’atmosfera allucinata che amplifica l’assurdità del metodo di lavoro dei protagonisti. Le interpretazioni più convincenti sono senza dubbio quelle di Chloë Sevigny e Alex Wolff, ottimi nel delineare due narcisisti privi di scrupoli etici, mentre il resto del cast rimane più sfumato e meno incisivo. Alcune invenzioni stilistiche e momenti di buona recitazione non bastano a compensare una sceneggiatura dispersiva. Sottotrame superflue e temi appena abbozzati — che avrebbero richiesto maggiore approfondimento —​ restituiscono un’opera ambiziosa ma incompiuta. La carica satirica che dovrebbe attraversare il film ne esce indebolita, incapace di colpire davvero nel segno. 
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Amalia Ulman ambisce a una critica del giornalismo digital-first, che privilegia contenuti progettati per funzionare algoritmicamente e generare click tramite la viralità; i giornalisti si preoccupano di come la notizia “performerà” più che del suo valore informativo. Purtroppo, in Magic Farm la potenza delle premesse non trova un’estensione narrativa all’altezza. Il risultato è un film esteticamente vivace, a tratti stimolante, ma meno incisivo di quanto promettesse. 
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Di Luca Palumbo
07/12/2025

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