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MARTY SUPREME

RECENSIONE

MARTY SUPREME - VENE CHE PULSANO NEW HOLLYWOOD

​Marty Supreme —​ il primo film da regista solista di Josh Safdie — è grande cinema americano; quello fatto di seconde possibilità, infinite ambizioni, adrenalinico intrattenimento e del fondamentale racconto culturale sul ruolo degli USA nel ‘900. In due parole: Marty Supreme di Josh Safdie è piena New Hollywood.

Perché Marty Mauser — interpretato da un Timothée Chalamet che dimostra ancora una volta di essere uno degli attori più importanti della sua generazione — è uno di quei personaggi del cinema anni ‘70: desiderosi di essere il migliore nel suo campo, disposto a tutto per raggiungere la sua ambizione — lo sport in questione non è la Boxe di Rocky o Fat City, è il ping pong — ma che viene ostacolato da un co-protagonista assoluto all’interno del film: New York.

È la New York degli anni ‘50, quella post seconda guerra mondiale, in cui un gran numero di persone di religione ebraica si sono stabilizzate dopo che parte dell’Europa ha cercato di sterminarle. La Grande Mela vive nel fermento culturale e il giovane Marty Mauser non può far altro che essere travolto dal desiderio di raggiungere la grandeur, disposto a scappare dalle sue responsabilità, umiliandosi quando serve e mettendo da parte qualsiasi principio etico per dar vita al suo talento, mostrarlo e concretizzarlo attraverso una vittoria.
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​Ma è anche la New York dei gangster — e non gangster normali, se a interpretare il più importante è Abel Ferrara — di pistole, sangue e soldi sporchi. Diventa quasi una trappola per Marty, volenteroso di raggiungere il Giappone per esibirsi ai mondiali di ping-pong e riscattare la sconfitta avvenuta a Londra contro il talentuoso Endō (Koto Kawaguchi).

Tra la gravidanza — annunciata fin da subito dai titoli di testa con protagonisti gli spermatozoi di Marty raggiungere l’ovulo — della sua pseudo-ragazza Rachel (Odessa A’zion), una madre (Fran Drescher) che ricerca costantemente le sue attenzioni, un amico tassista (Tyler, The Creator) con cui compie delle truffe nei piccoli locali dove si gioca a ping-pong e un ex star del cinema (Gwyneth Paltrow) con cui Marty vive avventure di passione sessuale (e di rapporti di potere); i legami che Marty ha costruito diventeranno tasselli che ostacoleranno o aiuteranno il protagonista a raggiungere il suo unico obiettivo.
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​Non può non venire in mente il Rupert Pupkin interpretato da Robert De Niro in Re per una notte (Martin Scorsese, 1982) o, ripercorrendo il percorso produttivo di Josh nei film con il fratello Benny — che a sua volta ha realizzato una pellicola che parla di ambizioni, ma dal punto di vista delle fragilità più intime e umane — l’Howard Ratner di Adam Sandler in Diamanti grezzi (2019), vittima delle sue ambizioni legate all’adrenalina del gioco d’azzardo e alla sua convinzione di aver acquistato un opale dai poteri sovrannaturali.

Marty Supreme è grande cinema anche produttivamente; è quello che la A24, dopo essere andata oltre l’etichetta di casa di produzione indipendente, deve fare per poter entrare nell’olimpo della produzione cinematografica americana.

Josh Safdie con Marty Supreme ha mostrato come nelle sue vene pulsi il sangue color New Hollywood
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Di Saverio Lunare
22/12/2025

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