MISSION: IMPOSSIBLE THE FINAL RECKONING - IL CORPO E LO SPAZIO IN CONTRASTO CON LE PAROLE E I DILEMMI ETICI
Quando comunica con i corpi e gli spazi, è il miglior blockbuster possibile: quello capace di creare immagini dalla forza rappresentativa indiscutibile, con memorabili sequenze che entrano nell’immaginario dello spettatore e si affiancano alla domanda “Si può fare più di così in un action statunitense?” D’altro canto, quando per comunicare utilizza i dialoghi e i dilemmi etici, è il peggior blockbuster che si possa avere: quello che fa scaturire la domanda “È possibile forzare così tanto un intreccio narrativo per farlo combaciare con una storia iniziata quasi trent’anni fa?”
Insomma, Mission: Impossible - The Final Reckoning è il perfetto esempio di bipolarismo cinematografico. Soddisfa ed eccita per alcuni aspetti, mortifica per altri. Prendere o lasciare.
Ci siamo, dopo gli ingredienti lanciati nella prima parte Mission: Impossible - Dead Reckoning (2023), l’intreccio che vede Ethan Hunt (Tom Cruise) scontrarsi con Gabriel (Esai Morales) per evitare che prenda il possesso dell’AI che può stravolgere l’equilibro internazionale, trova la sua conclusione nel nuovo capitolo della saga iniziata nel 1996. E proprio il 22 maggio 1996 è una data centrale della pellicola, data d’uscita del primo capitolo e giorno fondamentale per uno (dei tantissimi) inghippi narrativi di The Final Reckoning, che nella sceneggiatura di Christopher McQuarrie (regista di questo e degli ultimi quattro capitoli della saga) e Erik Jendresen, ha il suo punto di debolezza maggiore.
Perché se l’idea è quella di intrecciare tutto - di dare allo spettatore la sensazione che Ethan è dal 1996 che aspetta soltanto questo momento, che ogni sua perdita avuta nel passato e ogni legame che ha nel presente è finalizzato a combattere questo grande pericolo - allora sembra essere una di quelle idee realizzate per mancanza di alternative, perché non se ne ha avuto un’altra migliore e realmente funzionale allo scopo del racconto.
Come potete immaginare, la lotta è anche (e soprattutto) meta-cinematografica. Non è semplicemente quella di Ethan contro il “sistema” che porrà fine all’umanità per come la consociamo. La lotta è anzitutto quella di Tom Cruise, quella di un cinema del reale (non inteso come racconto della realtà, ma come qualcosa di realizzato per davvero, con corpi e strumenti analogici) contro il cinema irreale; è l’analogico contro il digitale, il corpo contro la rappresentazione computerizzata dello stesso, è Tom Cruise che rischia la vita ogni volta che deve girare una sequenza contro chi preferisce la comodità della computer grafica o più semplicemente di uno stunt.
Insomma, Mission: Impossible - The Final Reckoning è il perfetto esempio di bipolarismo cinematografico. Soddisfa ed eccita per alcuni aspetti, mortifica per altri. Prendere o lasciare.
Ci siamo, dopo gli ingredienti lanciati nella prima parte Mission: Impossible - Dead Reckoning (2023), l’intreccio che vede Ethan Hunt (Tom Cruise) scontrarsi con Gabriel (Esai Morales) per evitare che prenda il possesso dell’AI che può stravolgere l’equilibro internazionale, trova la sua conclusione nel nuovo capitolo della saga iniziata nel 1996. E proprio il 22 maggio 1996 è una data centrale della pellicola, data d’uscita del primo capitolo e giorno fondamentale per uno (dei tantissimi) inghippi narrativi di The Final Reckoning, che nella sceneggiatura di Christopher McQuarrie (regista di questo e degli ultimi quattro capitoli della saga) e Erik Jendresen, ha il suo punto di debolezza maggiore.
Perché se l’idea è quella di intrecciare tutto - di dare allo spettatore la sensazione che Ethan è dal 1996 che aspetta soltanto questo momento, che ogni sua perdita avuta nel passato e ogni legame che ha nel presente è finalizzato a combattere questo grande pericolo - allora sembra essere una di quelle idee realizzate per mancanza di alternative, perché non se ne ha avuto un’altra migliore e realmente funzionale allo scopo del racconto.
Come potete immaginare, la lotta è anche (e soprattutto) meta-cinematografica. Non è semplicemente quella di Ethan contro il “sistema” che porrà fine all’umanità per come la consociamo. La lotta è anzitutto quella di Tom Cruise, quella di un cinema del reale (non inteso come racconto della realtà, ma come qualcosa di realizzato per davvero, con corpi e strumenti analogici) contro il cinema irreale; è l’analogico contro il digitale, il corpo contro la rappresentazione computerizzata dello stesso, è Tom Cruise che rischia la vita ogni volta che deve girare una sequenza contro chi preferisce la comodità della computer grafica o più semplicemente di uno stunt.
Siamo nel limbo tra la megalomania cristologica di chi deve rappresentare un mondo passato ma che ci salverà tutti, e la reale passione per ciò che si fa (certo contribuita da un sostanzioso rimpinguamento del portafoglio, ma sempre passione è). E questo limbo viene perfettamente espresso dalla pellicola, che quando si mette al servizio del corpo di Cruise, lo rende centrale e comunica attraverso di esso, lo fa in maniera eccezionale. Esplicativa la sequenza subacquea, in cui è presenta una gestione dello spazio da parte di McQuarrie incredibile. Con il copro di Tom Cruise al centro della distesa oceanica, inquadrato prima con grande forza e intraprendenza, e successivamente con estrema debolezza e incapacità di confrontarsi con l’ambiente sottomarino, in una sequenza che sembra essere uscita dal Gravity (2013) di Cuarón, in cui il corpo di Sandra Bullock non riusciva a prendere il sopravvento dello Spazio e veniva trasportato da una corrente superiore. Sequenza che mette in mostra tutte le potenzialità di questo capitolo, ma che deve bilanciarsi con i scellerati dilemmi etici che vengono sceneggiati dalla coppia McQuarrie-Jendresen, privi di reali fondamenta e posti soltanto al servizio di un pathos che non sembra mai essere quello giusto. Sono i dilemmi che circondano Ethan a non funzionare, in primis il dilemma che riguarda i vertici degli Stati Uniti d’America, ridotto ad un misero e innecessario rapporto d’intimità tra la Presidente degli USA (Angela Bassett) e suo figlio. Il dilemma si risolve per adempiere al compito di amorosa madre più che a quello di diligente politica, un gravissimo errore.
Mission: Impossible - The Final Reckoning è la conferma di come un grande action spesso ha bisogno semplicemente di una sapiente gestione dell’immagine e di una capacità di mettere in scena i corpi (e quale se non il corpo di Tom Cruise?) e lo spazio in maniera ottimale; è attraverso questi elementi che va creata la tensione, l’adrenalina, la voglia che una determinata azione non finisca mai. Il film di McQuarrie lo fa in maniera alterna, riuscendo a creare grandi momenti cinematografici e pessime trovate narrative. Ancora una volta tocca allo spettatore scegliere se ne vale la pena, se si vuol godere di quei momenti e allo stesso tempo soffrire per quelle insopportabili forzature.
Mission: Impossible - The Final Reckoning è la conferma di come un grande action spesso ha bisogno semplicemente di una sapiente gestione dell’immagine e di una capacità di mettere in scena i corpi (e quale se non il corpo di Tom Cruise?) e lo spazio in maniera ottimale; è attraverso questi elementi che va creata la tensione, l’adrenalina, la voglia che una determinata azione non finisca mai. Il film di McQuarrie lo fa in maniera alterna, riuscendo a creare grandi momenti cinematografici e pessime trovate narrative. Ancora una volta tocca allo spettatore scegliere se ne vale la pena, se si vuol godere di quei momenti e allo stesso tempo soffrire per quelle insopportabili forzature.
Di Saverio Lunare