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MOTHER MARY

RECENSIONE

MOTHER MARY - IL DIAVOLO VESTE ANNE HATHAWAY

​David Lowery è un regista fortemente connesso alla A24. Con il suo A Ghost Story ha inaugurato il sodalizio produttivo con la casa di produzione fondata nel 2012 a New York, in un periodo in cui la A24 iniziava a bussare alle porte del grande cinema indipendente, un anno dopo il trionfo agli Oscar con Moonlight e pochi mesi prima di Hereditary, e il conseguente impatto che la casa di produzione ha avuto sul cinema horror statunitense.

Dato che David Lowery è così legato a A24, il suo ultimo film Mother Mary coincide perfettamente con il difficoltoso periodo della casa di produzione e distribuzione all’interno del cinema di genere. Mother Mary si presenta come un’affascinante esperienza visiva sensoriale con l’aggiunta della grande tematica contemporanea — tanto cara a un certo tipo di nuovo cinema con sfumature orrorifiche — ma risulta una pellicola che si fa fagocitare dalla sua stessa ambizione, non riuscendo nel suo intento di trasportare lo spettatore all’interno del racconto e fallendo nella costruzione delle fondamentali sensazioni che questo tipo di cinema deve restituire.

Anne Hathaway interpreta Mother Mary, un’icona della musica pop che vuole tornare sulle scene con un importante tour. Per farlo si rivolge alla stilista Sam (Michaela Coel) con cui la cantante condivide un passato di amicizia oltre che una collaborazione lavorativa. Mentre le due lavorano al nuovo vestito della pop star, il lato oscuro del successo riemergerà presto.
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​Il burnout all’interno dell’ambiente delle nuove icone musicali, tra estenuanti date live e rapporto con i fan, estremizzato dai social e dalla sempre più assottigliata linea che divide la vita pubblica da quella privata: è questo il grosso tema alla base del film di David Lowery, che decide di astrarre il più possibile la sua narrazione, confidando nella capacità delle immagini di evocare sensazioni, ma perdendo presto la bussola narrativa e visiva.

Le immagini che il regista costruisce abbracciano le facili metafore, mettendo presto da parte la forza espressiva che dovrebbe essere centrale. Dal kammerspiel si passa all’oniricità dei ricordi, alla confusione di ciò che è reale e ciò che invece è soltanto frutto del malessere umano, tra presenze fantasmatiche e momenti musicali poco ispirati, sia nella messa in scena che nei brani ideati da Charli XCX, Jack Antonoff e FKA Twigs, che hanno il demerito di essere facilmente dimenticabili.

Mother Mary è la sbandata di un regista discontinuo che ci fa (e si fa) rimpiangere il periodo di A Ghost Story e The Old Man & the Gun, in cui tutto il suo talento veniva espresso in due film estremamente diversi tra loro ma capaci entrambi di raccontare il nostro rapporto con il tempo e di farlo attraverso un grande lavoro sulle immagini.
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Di Saverio Lunare
16/05/2026

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