MY FATHER'S SHADOW - NELL'ECLISSI DEMOCRATICA, IL SOGNO DI UNA MADRE PATRIA
Giugno 1993. Con le elezioni politiche alle porte e la vittoria in pugno del candidato socialdemocratico MKO Abiola, Lagos è pronta a diventare una democrazia e a lasciarsi alle spalle colpi di stato e governi militari. Contestando brogli, però, il generale e presidente uscente Ibrahim Badamasi Babangida annulla le elezioni, gettando la Nigeria nel caos e lacerando irrimediabilmente lo spirito elettorale dei suoi cittadini.
Su questo sfondo si staglia My Father’s Shadow, primo lungometraggio di Akinola Davies Jr., vincitore della Caméra d’Or a Cannes 2025, scritto a due mani con il fratello Wale. La storia, in parte autobiografica, segue due fratelli e il loro padre in un’avventura quotidiana per le strade di Lagos alla vigilia dell’annullamento delle elezioni.
Per Remi (Chibuike Marvellous Egbo) e Akin (Godwin Chiemerie Egbo), Folarin è uno sconosciuto: padre dall’imponente presenza fisica e spirituale, Kàpo — così lo chiamano i compagni di lotta in segno di rispetto — a casa è un fantasma. Akin, il fratello minore, è diffidente e risentito nei suoi confronti; Remi, per contro, lo idolatra. Nel tentativo di ricucire lo strappo, Folarin improvvisa una gita di famiglia in città: mentre i figli esplorano la capitale in un caotico safari per le sue vie, Lagos rivela le ombre del padre.
Il pretesto è lo stesso di Ladri di biciclette: l’incursione dell’infanzia nel mondo estraneo dell’adulto per poter rintracciare l’uomo del tempo, oltre il genitore. Pedinare l’ombra del padre per imparare a distinguere la luce dall’abbaglio, per decodificare un mondo che lo rappresenta e per delineare la sua valenza sociale e storica. Se Folarin è la voce della Nigeria e il corpo del suo dissenso, Sope Dirisu — che lo interpreta brillantemente — è il volto della diaspora, il punto di (ri)congiunzione tra l’inglese e il pidgin, il ritorno alla Fatherland. Nel solco di questo dialogo interculturale si innesta lo sguardo dell’autore che abbandona la gravità del neorealismo in favore della multidimensionalità del realismo magico.
Su questo sfondo si staglia My Father’s Shadow, primo lungometraggio di Akinola Davies Jr., vincitore della Caméra d’Or a Cannes 2025, scritto a due mani con il fratello Wale. La storia, in parte autobiografica, segue due fratelli e il loro padre in un’avventura quotidiana per le strade di Lagos alla vigilia dell’annullamento delle elezioni.
Per Remi (Chibuike Marvellous Egbo) e Akin (Godwin Chiemerie Egbo), Folarin è uno sconosciuto: padre dall’imponente presenza fisica e spirituale, Kàpo — così lo chiamano i compagni di lotta in segno di rispetto — a casa è un fantasma. Akin, il fratello minore, è diffidente e risentito nei suoi confronti; Remi, per contro, lo idolatra. Nel tentativo di ricucire lo strappo, Folarin improvvisa una gita di famiglia in città: mentre i figli esplorano la capitale in un caotico safari per le sue vie, Lagos rivela le ombre del padre.
Il pretesto è lo stesso di Ladri di biciclette: l’incursione dell’infanzia nel mondo estraneo dell’adulto per poter rintracciare l’uomo del tempo, oltre il genitore. Pedinare l’ombra del padre per imparare a distinguere la luce dall’abbaglio, per decodificare un mondo che lo rappresenta e per delineare la sua valenza sociale e storica. Se Folarin è la voce della Nigeria e il corpo del suo dissenso, Sope Dirisu — che lo interpreta brillantemente — è il volto della diaspora, il punto di (ri)congiunzione tra l’inglese e il pidgin, il ritorno alla Fatherland. Nel solco di questo dialogo interculturale si innesta lo sguardo dell’autore che abbandona la gravità del neorealismo in favore della multidimensionalità del realismo magico.
Akinola Davies Jr. sceglie la pellicola 16mm per ripercorrere a passi poetici le tracce della sua infanzia. Un viaggio dolceamaro che per un figlio della diaspora (nato in UK, trapiantato in Nigeria e poi emigrato negli Stati Uniti) è anche il tentativo di setacciare il reale dal fantastico, il mito dall’ordinario.
Questa frammentarietà si traduce in un racconto che non avanza per immagini, ma per diapositive; che non è un unico reel di pellicola, ma un patchwork di tanti piccoli ritagli, ognuno corrispondente a un episodio della parabola quotidiana. Un’intrusione extradiegetica che tradisce l’impazienza del regista di manifestarsi autore, ma che risponde splendidamente all’urgenza autoriale di riconoscersi (de)costruendo e all’incombenza di restituire le discrasie di una Lagos in fermento, pronta a evolvere.
In questo senso, gli indugi di camera sui margini della giungla urbana, co-abitata da insetti e animali di ogni tipo, vanno intesi come le premonizioni speculari di un tumulto crescente, capace di sconvolgere orizzontalmente un intero ecosistema: attraverso la collisione ritmica e simbolica tra la quiescenza periferica e il fermento del centro cittadino, Davies Jr. inquadra con precisione atomica gli istanti che precedono la deflagrazione.
Nonostante la confezione stilistica in piena cifra MUBI — che il film lo ha prodotto e distribuito — tradisca l’attitudine estetizzante del regista, My Father’s Shadow riesce a sottrarsi al rischio della cartolina esotica. Anzi, si tratta forse di un raro caso in cui la vitalità africana non assume un carattere pittorico, ma materico: è nella pluralità degli sguardi degli abitanti di Lagos che Davies Jr. ricompone il mosaico del padre, come lui figlio di una Nigeria sospesa tra promessa e disillusione.
Questa frammentarietà si traduce in un racconto che non avanza per immagini, ma per diapositive; che non è un unico reel di pellicola, ma un patchwork di tanti piccoli ritagli, ognuno corrispondente a un episodio della parabola quotidiana. Un’intrusione extradiegetica che tradisce l’impazienza del regista di manifestarsi autore, ma che risponde splendidamente all’urgenza autoriale di riconoscersi (de)costruendo e all’incombenza di restituire le discrasie di una Lagos in fermento, pronta a evolvere.
In questo senso, gli indugi di camera sui margini della giungla urbana, co-abitata da insetti e animali di ogni tipo, vanno intesi come le premonizioni speculari di un tumulto crescente, capace di sconvolgere orizzontalmente un intero ecosistema: attraverso la collisione ritmica e simbolica tra la quiescenza periferica e il fermento del centro cittadino, Davies Jr. inquadra con precisione atomica gli istanti che precedono la deflagrazione.
Nonostante la confezione stilistica in piena cifra MUBI — che il film lo ha prodotto e distribuito — tradisca l’attitudine estetizzante del regista, My Father’s Shadow riesce a sottrarsi al rischio della cartolina esotica. Anzi, si tratta forse di un raro caso in cui la vitalità africana non assume un carattere pittorico, ma materico: è nella pluralità degli sguardi degli abitanti di Lagos che Davies Jr. ricompone il mosaico del padre, come lui figlio di una Nigeria sospesa tra promessa e disillusione.
Di Luca Carani
15/02/2026