I REGISTI DI VENEZIA 82: LÁSZLÓ NEMES, LA RICERCA FAMILIARE COME METAFORA DEL CAMBIAMENTO
Nonostante solo due lungometraggi all’attivo László Nemes è sicuramente uno degli autori europei più promettenti dell’ultimo decennio.
Il suo percorso nell’industria cinematografica ha inizio come assistente alla regia per piccole produzioni in Francia e in Ungheria (suo paese natale), finendo addirittura per essere assistente di Béla Tarr per il film L’uomo di Londra (2007).
Dopo 4 anni di intenso lavoro insieme a Clara Royer (co-sceneggiatrice di ogni film di Nemes) sulla sceneggiatura del suo lungometraggio d’esordio, nel 2015 Il figlio di Saul viene presentato in concorso al 68º Festival di Cannes.
Il film è ambientato ad Auschwitz nel 1944 e narra la storia di Saul Ausländer, un ebreo ungherese che ha il compito di ripulire le camere a gas dai corpi e dai vestiti dei prigionieri ormai deceduti. Durante la pulizia di una delle camere a gas Saul crede di riconoscere tra i cadaveri il corpo di suo figlio. L’uomo, da questo momento, inizierà una ricerca disperata nel tentativo di trovare un rabbino, l’unica persona capace di dare una degna sepoltura al bambino ed evitare così che il corpo venga deturpato dall’autopsia e dalla cremazione.
Nemes firma uno dei debutti più radicali e incisivi degli ultimi anni, nonostante il tema spinoso dell’Olocausto. Il regista ungherese utilizza una semi-soggettiva di Saul per l’intera durata del film, perciò i corpi nelle camere a gas e gli orrori ai quali è costretto il nostro protagonista rimangono quasi sempre sfocati sullo sfondo. Non ci viene quasi mai dato il controcampo di ciò a cui assiste Saul, tutto ci viene mostrato attraverso le emozioni sui volti dei personaggi.
Il film, inoltre, è girato in formato 1,33:1 che restringe ulteriormente il campo visivo dello spettatore, costringendolo alla stessa sensazione claustrofobica alla quale sono costretti Saul e gli altri prigionieri.
Il figlio di Saul vinse il Gran Prix al 68º Festival di Cannes, battuto solo da Dheepan di Jacques Audiard, e pochi mesi dopo venne acclamato internazionalmente con la vittoria per il miglior film straniero sia ai Golden Globe sia agli Oscar.
Il suo percorso nell’industria cinematografica ha inizio come assistente alla regia per piccole produzioni in Francia e in Ungheria (suo paese natale), finendo addirittura per essere assistente di Béla Tarr per il film L’uomo di Londra (2007).
Dopo 4 anni di intenso lavoro insieme a Clara Royer (co-sceneggiatrice di ogni film di Nemes) sulla sceneggiatura del suo lungometraggio d’esordio, nel 2015 Il figlio di Saul viene presentato in concorso al 68º Festival di Cannes.
Il film è ambientato ad Auschwitz nel 1944 e narra la storia di Saul Ausländer, un ebreo ungherese che ha il compito di ripulire le camere a gas dai corpi e dai vestiti dei prigionieri ormai deceduti. Durante la pulizia di una delle camere a gas Saul crede di riconoscere tra i cadaveri il corpo di suo figlio. L’uomo, da questo momento, inizierà una ricerca disperata nel tentativo di trovare un rabbino, l’unica persona capace di dare una degna sepoltura al bambino ed evitare così che il corpo venga deturpato dall’autopsia e dalla cremazione.
Nemes firma uno dei debutti più radicali e incisivi degli ultimi anni, nonostante il tema spinoso dell’Olocausto. Il regista ungherese utilizza una semi-soggettiva di Saul per l’intera durata del film, perciò i corpi nelle camere a gas e gli orrori ai quali è costretto il nostro protagonista rimangono quasi sempre sfocati sullo sfondo. Non ci viene quasi mai dato il controcampo di ciò a cui assiste Saul, tutto ci viene mostrato attraverso le emozioni sui volti dei personaggi.
Il film, inoltre, è girato in formato 1,33:1 che restringe ulteriormente il campo visivo dello spettatore, costringendolo alla stessa sensazione claustrofobica alla quale sono costretti Saul e gli altri prigionieri.
Il figlio di Saul vinse il Gran Prix al 68º Festival di Cannes, battuto solo da Dheepan di Jacques Audiard, e pochi mesi dopo venne acclamato internazionalmente con la vittoria per il miglior film straniero sia ai Golden Globe sia agli Oscar.
Nel 2018 Nemes presenta il suo secondo lungometraggio Tramonto alla 75º edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Il film è ambientato nel 1913 e narra la storia di Írisz Leiter, una giovane ragazza che arriva a Budapest con il sogno di lavorare come modista nella cappelleria che apparteneva alla sua famiglia. Írisz, inoltre, si mette alla ricerca di suo fratello Kálmán, ultimo suo legame con il passato, ma ormai scomparso da anni.
Tramonto cerca ancora una volta di raccontare una storia di ricerca intima, famigliare, mettendola in contrapposizione con ciò che accade sullo sfondo, ovvero i tumulti di un’Europa al collasso poco prima dell’inizio della Prima Guerra Mondiale.
Purtroppo l’opera seconda di Nemes ha molti dei difetti che caratterizzano spesso il secondo film di un regista lanciato, in primis la troppa ambizione. Se ne Il figlio di Saul la storia era molto semplice (quasi troppo) e il contesto molto conosciuto e quindi dava la possibilità al regista ungherese di non far sapere tutto su ciò che stava accadendo intorno al protagonista, in Tramonto Nemes sviluppa la ricerca di Írisz con le stesse ellissi del film precedente, ma questa volta, con molti più personaggi, che talvolta si confondono l’un l’altro e che portano il film a girare a vuoto per quasi tutta la seconda parte.
Il film è ambientato nel 1913 e narra la storia di Írisz Leiter, una giovane ragazza che arriva a Budapest con il sogno di lavorare come modista nella cappelleria che apparteneva alla sua famiglia. Írisz, inoltre, si mette alla ricerca di suo fratello Kálmán, ultimo suo legame con il passato, ma ormai scomparso da anni.
Tramonto cerca ancora una volta di raccontare una storia di ricerca intima, famigliare, mettendola in contrapposizione con ciò che accade sullo sfondo, ovvero i tumulti di un’Europa al collasso poco prima dell’inizio della Prima Guerra Mondiale.
Purtroppo l’opera seconda di Nemes ha molti dei difetti che caratterizzano spesso il secondo film di un regista lanciato, in primis la troppa ambizione. Se ne Il figlio di Saul la storia era molto semplice (quasi troppo) e il contesto molto conosciuto e quindi dava la possibilità al regista ungherese di non far sapere tutto su ciò che stava accadendo intorno al protagonista, in Tramonto Nemes sviluppa la ricerca di Írisz con le stesse ellissi del film precedente, ma questa volta, con molti più personaggi, che talvolta si confondono l’un l’altro e che portano il film a girare a vuoto per quasi tutta la seconda parte.
László Nemes tornerà al Lido di Venezia dopo 7 anni con Orphan, un’opera che sembra proseguire il pattern dei due film precedenti di ricerca famigliare in un contesto caotico in fase di mutamento. Ambientato nel 1957 a Budapest la pellicola narra la storia di un giovane ragazzo ebreo cresciuto dalla madre con la speranza che il padre, deportato nei campi di concentramento, tornerà presto. Questo fragile equilibrio emotivo viene però spezzato dall’arrivo di uno straniero minaccioso alla loro porta, pronto a riportare la famiglia verso un passato doloroso e irrisolto.
Il regista ungherese, inoltre, ritroverà in concorso a Venezia alcuni registi e registe già affrontate 10 anni fa alla Croisette: Paolo Sorrentino, che nel 2015 presenteva Youth, Valérie Donzelli, che a Cannes presentò Marguerite et Julien e Yorgos Lanthimos che 10 anni fa presentava il suo primo film in lingua inglese The Lobster.
Non ci resta altro che aspettare poco più di una settimana per scoprire la terza opera di un regista già molto acclamato, nonostante la giovane età, ma ancora alla ricerca della consacrazione definitiva ad un festival cinematografico.
Il regista ungherese, inoltre, ritroverà in concorso a Venezia alcuni registi e registe già affrontate 10 anni fa alla Croisette: Paolo Sorrentino, che nel 2015 presenteva Youth, Valérie Donzelli, che a Cannes presentò Marguerite et Julien e Yorgos Lanthimos che 10 anni fa presentava il suo primo film in lingua inglese The Lobster.
Non ci resta altro che aspettare poco più di una settimana per scoprire la terza opera di un regista già molto acclamato, nonostante la giovane età, ma ancora alla ricerca della consacrazione definitiva ad un festival cinematografico.
Di Andrea Rossini
20/08/2025