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OBSESSION

RECENSIONE

OBESSION - NUOVE FRONTIERE DELL'HORROR MANIAC

​Il regista classe 1999 Curry Barker scrive, dirige e monta un horror in cui l’archetipo del maniac viene indagato attraverso un nuovo spazio, tipicamente connesso alle paranoie generazionali e ai timori della Gen Z. Tra consenso, gabbie relazionali, omuncoli incapaci di prendere in mano la propria esistenza e il femminile imprigionato, Obsession è la dimostrazione di come si deve lavorare — anche produttivamente — all’interno del cinema di genere contemporaneo, scoperchiando le nuove paure, ispirandosi ai grandi del passato nella costruzione della tensione — William Lustig su tutti — e inserendo il coltello nelle moderne pieghe sociali. In Obsession il terrore diventa collettivo, perché non c’è peggior timore contemporaneo dell’essere umano e di ciò che è disposto a fare per assecondare il proprio ego.

Bear (Michael Johnston) è un ragazzo profondamente innamorato della sua collega Nikki (Inde Navarrette). Incapace di dichiarare il suo amore, decide di acquistare un misterioso bastoncino dei desideri nella speranza che la ragazza possa amarlo più di qualunque altra persona al mondo. Quando il suo desiderio si esaudirà, le cose non andranno come previsto e il sogno si trasformerà in un incubo.

Non esiste più l’oggetto magico, o meglio non esistono più i luoghi folkloristici — tipici del genere — dove acquistarli. È la prima grande idea di Curry Barker: il bastoncino dei desideri diventa un prodotto, lo realizzano in serie, si acquista comodamente nei negozietti new age rivolgendosi a una comune commessa e, in caso di bisogno, è presente anche un numero verde dietro la scatola. La merce che divora la metafisica, è anche questo orrore del contemporaneo.
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​Al centro di Obsession sono presenti le gabbie, quelle in cui il femminile si dissocia dal proprio corpo — e non elemosina Barker nelle sequenze corporali, tra sangue, vomito e urina — per assecondare le volontà del nuovo maschio involuto, ossessionato dal terrore di restare solo. Da carnefice a vittima e viceversa; il (la) maniac ibridato dal puro slasher ai film di possessione, è succube di una prigione, del mancato consenso e di uno stato di invaghimento alterato, tanto desiderato prima e rinnegato poi da chi lo ha imposto.

E che talento mette in mostra il regista nel gestire le sequenze orrorifiche, giocando con le ombre, con le aspettative dello spettatore e — aiutato dalla grande interpretazione di una sorprendente Inde Navarrette — con la tensione fisica dettata da inquietanti primi piani e movimenti del corpo.

Non è un caso che la scommessa vincente l’abbia piazzata Jason Blum, tra i produttori che hanno rivoluzionato il cinema horror contemporaneo, rendendo la sua Blumhouse una delle case di produzione più redditizie degli ultimi anni. Alternando e diversificando l’offerta cinematografica, con pellicole non sempre qualitativamente sufficienti, ma che accettiamo volentieri se danno la possibilità di puntare su giovani e capaci talenti come Curry Barker, che con un budget di un milione di dollari ha realizzato uno degli horror più affascinanti della stagione.
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Di Saverio Lunare
18/05/2026

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