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OMAGGIO A DAVID LYNCH - UN ARTISTA OLTRE LA REALTÀ​

SPECIALE

OMAGGIO A DAVID LYNCH - UN ARTISTA OLTRE LA REALT​À

Non soltanto uno dei registi più importanti della storia del cinema, ma anche uno degli artisti surrealisti più impattanti di sempre, capace di rendere moderna una corrente che sembrava essere svanita. Non è esagerato dire che è allo stesso livello di André Breton e Salvador Dalí, che ha raggiunto gli stessi livelli d’influenza nel panorama artistico, confrontandosi in due medium molto più recenti rispetto a quelli utilizzati dal padre del surrealismo a dall’artista più rappresentativo di questa corrente. Si è spento all’età di settantotto anni David Lynch, e noi vogliamo dedicargli questo speciale.

Con il suo esordio ha messo subito le cose in chiaro: il suo cinema non è qualcosa che va analizzato o raccontato; è inutile cercare di estrapolare dal cinema di Lynch qualche sovra-lettura approssimativa, o utilizzare canonici standard analitici per raccontare le sue visioni. Il cinema di Lynch è percezione sensoriale pura, è qualcosa che va vissuto, come un incubo irraccontabile. Eraserhead (1977) è esplicativo di tutto ciò che verrà dopo, è già il manifesto lynchiano per eccellenza. Come fa notare Riccardo Caccia ne Il Castoro dedicato al regista, l’esordio di Lynch è una mise en abîme dell’incubo, un gioco di scatole cinesi in cui la struttura onirica concatena una serie di sogni e incubi senza soluzione di continuità. Diventato un film di culto con il passare del tempo, Eraserhaed fu inizialmente rinnegato da critica e pubblico e non è sorprendente capire il perché. Il film si è rivelato come un UFO nella cinematografia americana dell’epoca, perché non soltanto era qualcosa di nuovo, ma era qualcosa che nessuno era pronto a vedere.
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Da lì in poi il suo cinema è sempre stato un viaggio all’interno di un sogno, con divagazioni hollywoodiane che lo hanno portato a contatto con il grande pubblico, ma che non lo hanno mai snaturato, restando fedele con la sua idea di arte.

Nella sua rappresentazione del sesso, sempre più vicino a qualcosa di mortale che piacevole, è presente la sua ideologia morale (mai moralistica) legata al rispetto verso il sensoriale, come in Velluto Blu (1986) in cui il voyerismo viene messo in scena come atto malato, in cui chi osserva si mette al pari di chi agisce, in un’analisi sullo sguardo in funzione meta cinematografica. Così come meta cinematografico è il suo Mulholland Drive (2002), una delle pellicole più importanti del millennio, tra analisi del reale e della finzione attraverso, ancora una volta, un incubo vissuto ad occhi aperti, in cui è inutile cercare di capire cosa sia vero e cosa no, ma che va soltanto vissuto e percepito sul proprio corpo.
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Queste sono solo alcune delle opere che questo magnifico cineasta ci ha lasciato, ma è eccezionale come qualsiasi film (o opera televisiva) sia degna di essere vissuta, anche quelle poco riuscite come il Dune (1984) tanto desiderato da De Laurentiis, ma poco dal regista abbandonato a sé stesso in una produzione che sarebbe un eufemismo definire travagliata. Da Cuore Selvaggio (1990) film che gli ha portato uno dei più prestigiosi premi in ambito internazionale: la Palma d’oro al Festival del cinema di Cannes, in una sua rilettura pulp del road movie classico, estremamente pioneristica di un postmodernismo che farà da padrone del decennio, passando per Strade Perdute (1997) in cui torna il sogno (e più nel dettaglio l’incubo) in uno dei suoi film più grunge per estetica e narrazione, arrivando al suo paradossale esperimento Una storia vera (1999), un film a cui a regnare è la semplicità narrativa e stilistica, apparentemente in contrapposizione con il cinema lynchiano, ma perfettamente in linea con l’anarchia artistica del regista.

Siamo grati per i suoi sogni, i suoi demoni, i suoi mostri, condivisi con amore e nessuna pietà verso lo spettatore. David Lynch non è morto, perché vivrà in eterno nel Club Silencio.
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Di Saverio Lunare e Simona Rurale

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