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OPUS

RECENSIONE

OPUS - ESSERE JOHN MALKOVICH IN UN FILM COME MILLE ALTRI

Dallo chef interpretato da Ralph Fiennes in The Menu (2022), all’influencer imprenditore di Channing Tatum in Blink Twice (2024) - ma allargando lo sguardo, si possono inserire anche la comunità nordica di Midsommar (2019) e la famiglia razzista in Scappa - Get Out (2017) - se si cambiano gli addendi di una formula, il risultato non cambia. Il problema di Opus è che Mark Anthony Green non si è impegnato nemmeno a cambiarli questi addendi.

La formula settata è sempre quella: isolare un gruppo di persone, privarle del contatto con l’esterno, farle credere che ciò che stanno vivendo è un paradiso, ribaltarlo e farlo diventare un inferno, spesso ideato da un uomo che imprime un’influenza mediatica nei confronti dei suoi seguaci. Opus prende questa formula ma, a differenza dei film citati prima, non riesce mai ad avere una sua personalità; a causa, soprattutto, di una messa in scena pigra, che fa sembrare il lavoro registico di Green ridotto al minimo sforzo.
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Quando Alfred Moretti (John Malkovich), leggenda della musica glam, torna con un nuovo disco dopo oltre trent'anni di inattività, decide di creare un release party indimenticabile. Invita alcuni giornalisti e influencer nel suo ranch, isolandoli dal resto del mondo per alcuni giorni. Tra questi è presente Ariel (Ayo Edebiri), giovane redattrice che desidererebbe un ruolo da protagonista in ambito giornalistico. Presto il resort si trasformerà in un incubo per i propri visitatori e le intenzioni di Moretti si riveleranno ben oltre i limiti del semplice ritorno sulla scena.
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Il primo grande problema del film (aldilà della già analizzata derivazione da altri mille prodotti culturali) è la totale incapacità nel rappresentare il contemporaneo. Mark Anthony Green sbaglia la scelta di Alfred Moretti come personaggio mediatico, sia all’interno dell’industria musicale, quanto in quella social. A smuovere le masse mediatiche, nel 2025, non sono di certo cantanti che hanno fondato la propria fortuna oltre trent’anni fa, e in un genere molto legato a quella decade. Le reali figure intergenerazionali capaci di muovere le masse nel contemporaneo, sono le pop star attuali, ben coinvolte nelle dinamiche social e che realmente catalizzano e indirizzano il gusto e l’attenzione mediatica.

Sbagliando la figura fondamentale su cui si basa l’intero discorso sociale (la distanza tra noi e loro, tra il popolo e l’élite, i creativi e i non creativi) viene meno tutto il pacchetto, se poi questo pacchetto non è nemmeno infiocchettato a modo, allora lì i problemi si moltiplicano.

Opus non possiede nemmeno quello che una pellicola come Blink Twice, anch’essa derivativa e sicuramente formulaica, riusciva a trasmettere: una certa attenzione alla messa in scena e, nello specifico, una personalità visiva che cercava quanto meno di distinguersi dal resto dei prodotti simili. Nel film di Green questo non avviene, non ci sono momenti dal grande impatto visivo a causa di una goffaggine registica che viene messa in risalto nelle sequenze più movimentate, in cui dovrebbe accrescere la tensione (soprattutto se le ambizioni sono quelle di fare un thriller sul controllo) e in cui la capacità di gestire registicamente l’azione dovrebbe creare, quanto meno, un certo godimento sensoriale nello spettatore.

​Qui non c’è nemmeno quello, non c’è un singolo momento di cinema che rimarrà impresso nella mente di chi guarda (la coreografia di Malkovich mentre canta i nuovi inediti è così volutamente sfacciata, che viene meno anche il senso di disagio che il grottesco dovrebbe restituire allo spettatore). Se poi nella seconda metà del film decidi di spiegare, in maniera didascalica, le due o tre cose che, dal punto di vista sociologico, potevano interessare lo spettatore; e lo fai attraverso un dialogo fine a se stesso, finalizzato soltanto a esplicitare le tue intenzioni, i problemi non si moltiplicano… triplicano.

​Di Saverio Lunare

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